15 - EPISTEMICA DELL'ETEROPOIESI

 



L’educazione, qualunque forma assuma, è un recupero dell'archetipo.”

Marshall McLuhan



Una madre sbraita al figlio disubbidiente: che cosa impara il Bambino: la parola o il tono?

L’urlo.

Un padre schiaffeggia la figlia bugiarda: che cosa impara la bimba: il gesto o il significato?

Lo schiaffo.

Che cosa si percepisce in una relazione sociale: il metodo o il contenuto?

Perché?

Perché l’uno o non l’altro?

Perché raramente entrambi?

Perché non l’uno e l’altro?

L’educazione è il sistema di gestione dei modelli culturali di orientamento all’azione.

Noi insegniamo dalla mattina alla sera a studenti che non hanno più nulla da imparare da noi. Noi conosciamo i contenuti delle discipline che insegniamo, loro coscono la conosce


1. … della scienza pedagogica nella società della comunicazione

Un magico testo di Borghes, intitolato Del rigore della scienza, credo tratto da una nota di Suàrez Mirando, recita:

…in quell’Impero, l’Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa di una sola Provincia occupava una sola Città, e la mappa dell’impero, tutta una Provincia. Col tempo, codeste Mappe Smisurate non soddisfecero e i Collegi dei Cartografi eressero una Mappa dell’Impero, che uguagliava in grandezza l’Impero e coincideva puntualmente con esso. Meno Dedite allo Studio della Cartografia, le Generazioni Successive compresero che quella vasta Mappa era Inutile e non senza Empietà la abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degli Inverni. Nei deserti dell’Ovest rimangono lacere Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendichi; in tutto il Paese non è altra reliquia delle Discipline Geografiche.[1].

Il testo è magico perché illumina e, come tutte le magie, ha una sua invadente unicità. Spiega in poche parole l’intreccio dei significati dell’universo. Come abbiamo fatto noi, generazioni successive, a non cedere all’inganno di una scienza che sia talmente rigorosa da non esistere? Come abbiamo fatto a contenere migliaia di imperi in un solo micro cip senza perdere la perfezione della sua mappa? Come abbiamo potuto evitare che le lacere rovine di una conoscenza frammentaria restassero disperse nei deserti e che, anziché abitate da animali e mendichi, fossero preda di quei “borghesi sviati” che Thomas Man voleva fossero intellettuali e scienziati? Come abbiamo fatto infine a fare in modo che le nostre discipline non diventassero reliquie pur mantenendo nell’infinitamente piccolo gli inalterati caratteri dell’infinitamente grande?

Ci siamo dati una metodologia che ci permettesse di conoscere la realtà senza doverla necessariamente riprodurre e spesso senza nemmeno necessariamente poterla vedere. Un metodo e una logica che sono il fondamento della capacità di sopravvivere nella complessità epistemologica della modernità.

E quando abbandoniamo il metodo e la logica della nostra conoscenza, cediamo inevitabilmente alla empietà della nostra mappa cognitiva abbandonata alle inclemenze del sole e degli inverni. Perdiamo la perfezione e torniamo a vivere nel deserto: mendichi tra gli animali.

L’educazione, la formazione, ci evita questo rischio dannato, perché ci rende il metodo e la logica, oltre i singolari contenuti, che ci permettono di conoscere e interpretare le piccole mappe dell’universo. Fino alla essenziale verifica se quel che sappiamo è vero o falso, se lo sappiamo davvero oppure no.

Dunque la “questione educativa” è ormai totalmente fusa e confusa nella “questione scientifica”. Spiegare è ormai uno spiegarsi. Esprimersi è una azione comunicativa indispensabile alla conoscenza, un modo per organizzare la conoscenza eliminando strutture dissipative e preservando strutture conservative. Lo aveva capito Piaget, che era per me principalmente epistemologo, quando affermava che “l’intelligenza organizza il mondo organizza se stessa”.

Pertanto abbiamo sempre più bisogno di “macchine interpreti”, cioè di strumenti in grado di tradurre i complicati linguaggi che vengono continuamente prodotti con le conoscenze in linguaggio comune e generale. Questi strumenti sono le scuole di ogni ordine e grado. E siamo noi, i docenti. Oggi è anche la televisione. E più di tutti, internet.

Prima della società della comunicazione la “questione educativa” era sempre più diventata una questione di Tecnologie Educative. Oggi, nell’epoca dei nativi digitali, è sempre più una questione di ambienti multidimensionali, di habitat cognitivi, di domini relazionali.

La questione metodologica tende ad essere ogni volta dimenticata e ogni volta tornano le crepe e le lacere rovine delle mappe. Addirittura, quando accade che la conoscenza è il potere, quella metodologia è un pericolo, una minaccia e deve perdere la sua anima nella assoluta e incomprensibile specializzazione, nella inutile perfezione auto rappresentativa – come la matematica – e diventare una trasparenza, un ologramma, un fantasma.

L’obiettivo del potere moderno è didattico; ed è prima di tutto un obiettivo di divulgazione. Omologazione: il convincimento per l’asservimento. Condizionamento mediatico. Input e output, sostituzione della rappresentanza con la responsività. Della comprensione non c’è bisogno. Tanto meno della spiegazione critica dei fenomeni sociali. Basta uno slogan acritico. È sufficiente un cliché mediatico.

Se tutti temono la conoscenza ed emarginano chi la esprime in modo comprensibile, semplice, talvolta banale, nessuno può escludere la scienza indispensabile alla salute, alla tutela dei corpi e della mente. A patto che divenga sempre meno comprensibile. Andare da un medico, da un avvocato, da un ingegnere o da un commercialista è ormai un atto di fede. I linguaggi sono talmente specialistici da essere diventati ormai impenetrabili, i concetti molto difficoltosi e decisamente esclusivi. Nella società della comunicazione di massa i sottosistemi preservano la loro autonomia con codici di riconoscimento incomunicabili.

Più la scienza espande i confini della conoscenza e più si specializza, sempre più cioè si addentra in labirinti di microcompetenza che presumono un’immensa quantità di concetti propedeutici, senza i quali non è possibile alcuna cognizione. E il ritmo della specializzazione è frenetico, segue le scoperte singole e singolari, si apre nuovi ambiti alla competenza, nuovi settori di ricerca, veri e propri sistemi autoreferenziali con informazioni e cognizioni che una cultura media non può padroneggiare. Non so se questa crescita, questa frenesia nella proliferazione della scienza, sia o meno uno “sviluppo spontaneo, che presenta un aspetto quasi biologico e risulta direttamente dalle leggi di strutturazione proprie dell’intelligenza[2]. Posso dire, però, che la base del potere nella società della comunicazione è proprio nella capacità di governare l’intelligenza che “organizza il mondo organizzando se stessa[3].

Il cleavage, la demarcazione la differenza tra la tirannide e la democrazia della comunicazione passa esclusivamente in questa diversa accezione del potere: chi teme la conoscenza collettiva e il confronto critico e chi no; chi controlla l’educazione, la formazione, tutto ciò che libera la mente e il comportamento degli individui, chi no.

2. … dell’ambiente cognitivo nella società della comunicazione

Pur guardandosi continuamente attorno, gli uomini solo di recente hanno studiato il loro ambiente. Ne è nata una disciplina che soltanto ultimamente si è differenziata dalla geobotanica e dalla geozoologia.

Il greco la chiamava oikia, che significa dimora; poi è evoluta fino a diventare oikiologia e si è acquattata nel nostro vocabolario come ecologia. Ma non ha mai perso il senso della casa. Certo rischia di perdere continuamente quello della ospitalità e dell’accoglienza. E forse il nostro lavoro di educatori non è null’altro che l’infaticabile tentativo di evitare che questo accada perché il primo dovere di una parola è soddisfare le speranze dei lettori e degli oratori. Non tutte riescono. Molte confabulano tra di loro e costruiscono amabili relazioni comunicative con altre parole, talvolta più tradizionali, talaltra sottoposte alle irruenza dei notevoli progressi: biologia, biochimica, fisica.

La nostra soddisfazione è nel considerare lo studio dell’ambiente nella sua condizione dinamica, cioè anche come la coevoluzione di tutte le specie interagenti, delle loro catene alimentari e dei loro meccanismi di regolazione. Già si intravede l’argomento centrale: il problema etico e scientifico dell’equilibrio, la relazione responsiva[4], cioè un approccio sistemico unitario che considera la natura del pianeta come un complesso bilanciamento di input e di output che devono, appunto, restare in equilibrio pena un drastico rimaneggiamento delle condizioni vitali.

Le condizioni vitali per le nostre finite peripezie, gioie e rancori, generosità affettuosa e violenza offensiva, per il nostro percorso, questa “Storia Universale dell’Infamia”, questi uomini abominevoli e meravigliosi che imprimono delle orme nell’ambiente e cercano “al principio, la traccia tenue d’un sorriso o d’una parola”: prima mitologica, per riconoscersi come terminale di un processo universale in equilibrio dinamico; e poi metodologica, per darsi una scienza e una coscienza, per godere degli “splendori diversi e crescenti della ragione, dell’immaginazione e del bene”. Ragione, immaginazione e bene sono le tre dimensioni della conoscenza inquieta ed eretica, indispensabili per concepirsi nell’ambiente, nel gioco senza presente e mai attuale della natura che si compone in nuovi assetti globali, nello studio di eventi che generano avventi. Tutto intero il nostro destino soltanto per “l’insaziabile ricerca di un’anima attraverso i delicati riflessi che essa ha lasciato nelle altre”.

L’ambiente sociale, cioè l’habitat invece è stato contaminato dal gergo psichiatrico e sociologico. L’habitat è stato l’ulteriore evoluzione dell’umano, non più soltanto conoscenza ma la possibilità della consapevolezza, il passaggi dall’orma, singola e singolare, alle forme geometriche regolari e regolate, dalla parola sola all’ordita trama di lingue e linguaggi. L’habitat è il luogo vertiginoso delle relazioni e delle forme costituito dall’insieme di gruppi primari in cui siamo immessi, di cui partecipiamo ai valori e in cui concorriamo alle rappresentazioni; quella comunità più vasta di cui facciamo parte collettivamente: la società con le sue istituzioni.

È nell’habitat che gli umani si conoscono e si riconoscono, si dividono i reciproci ambiti di socialità e subiscono i reciproci condizionamenti, l’affollato labirinto degli interlocutori. Ma, per i nostri gruppi primari, l’habitat è stato anche il laboratorio di incubazione della personalità di base degli individui. Antropologi, sociologi, psichiatri, psicologi hanno svelato i molteplici e multiformi meccanismi riflessivi, le strutture dissipative e quelle conservative, che, specie nell’età infantile, hanno generato i processi di socializzazione all’interno del sistema di appartenenza primario.

Acculturazione e inculturazione da sempre concorrono e da sempre convergono alla formazione della personalità di base degli individui umani. Contemporaneamente, l’azione sociale, che tramanda le dotazioni storico-culturali e le trasforma in codici comunicativi, e l’atto individuale, che sovrappone le strutture dell’ego e le sovrastrutture del superego al mondo impulsivo dell’es, cambiano la stessa eredità biologica degli esseri umani.

La personalità di base governa e genera i processi vitali individuali e stratifica le preferenze di valore che si instaurano nei gruppi, fino a costituire, secondo i lineamenti dell’indefinibile universo interiore disegnato da Freud, l’essenza, il nocciolo, i legami fondamentali della nostra civiltà. Le preferenze di valore sono atti semplici, l’innegabile quotidianità, le scelte immediate e spontanee, implacabili, quelle empiriche e fattuali, imprecabili. E sono indissolubilmente legate alla eloquenza muta dei sistemi di valori etici e morali, alla ingerenza puntuale dei disvalori religiosi, intesi sia in senso relativo che generale, sia in senso monocratico che pluralistico, sia in senso individuale che collettivo.

Ma c’è un terzo significato, che è venuto via via acquisendo di importanza. Non riguarda esclusivamente l’ambiente. Non riguarda soltanto l’habitat. Maturana e Varela[5], qualche anno fa, lo hanno chiamato eteropoiesi ed è lo spazio della progettazione, il congegno e l’ingegno. L’eteropoiesi è l’anticipazione, il luogo della intuizione e della programmazione, l’applicazione dell’intelligenza in arti e mestieri, l’immenso della trasformazione umana dell’universo, la mediazione tra essenza ed esistenza, l’interfaccia di significati che frequentiamo, ciò che è concepibile, lo specchio offuscato delle nostre speranze e delle nostre ambizioni.

È nella eteropoiesi che si combinano, con maggiore o minore maestria, tecnica e tecnologia, il metodo e la logica, la scienza e la coscienza. L’aspetto più significativo dell’eteropoiesi è il linguaggio, che ha sviluppato nel sovrannaturale il nostro cervello e che rappresenta la sintesi delle complesse e vertiginose condizioni di autodeterminazione dell’umanità. Il linguaggio è la forma che assume il pensiero. Ogni volta che tentiamo di dipanare l’intrigata matassa dei suoi termini e dei suoi concetti la nostra conoscenza si estende.

È questo il miracolo della divulgazione didattica: il docente ottiene molto di più del discente dalla sua stessa esplicazione. Il linguaggio, dentro cui c’è tutto, questo eterogeneo prodotto inintenzionale della musica, cioè della capacità di governare i suoni gutturali per trasformarli in icone sonore, nei simboli che sono il permanente e “semplice ricatto all’intelligenza”, il linguaggio ha stratificato verticalmente e orizzontalmente la nostra gestalt con piccoli improvvidi riconoscimenti; ci ha dato una prospettiva ed ha identificato le regolarità, tipologie e classificazioni; ha selezionato con criterio le differenze; ha codificato termini insuperabili e denotativi e li ha contenuti in un vocabolario che, con serenità e calma, tollera le irriverenti intromissioni degli artifici letterari e tecnologici, specialistici e pubblicitari, slangs e slogan.

Ed è tramite il linguaggio che ci dotiamo ogni giorno dei meccanismi di apprendimento propri, tecniche di avventurosa sperimentazione, metodologie di minuziosa rilevazione. Il linguaggio è l’ameba primordiale del nostro mutevole pensiero che ha generato, per differenziazioni, le molteplici razze che frequentano il mondo della erudizione.

Il linguaggio della conoscenza è il nostro mare magnum, popolato da una miriade di materie inesplorate, competenze impensate e professionalità inusitate, di veri e propri sistemi di ricerca, di settori ignoti e ignorati. Ma grazie al linguaggio della educazione noi abbiamo una rete che ci permette di pescare alla rinfusa e poi di selezionare, di osservare, di pensare, di capire e di scegliere. Ed è grazie al linguaggio della divulgazione che ci possiamo spiegare, possiamo decodificare concetti e concezioni che, quando le abbiamo colte ci sembravano difficoltose e molto tecniche, ma ora che le raccogliamo risplendono della loro maestosa semplicità.

Il livello di conoscenza medio è oggi più ampio. Pur con eclatanti lacune, non si può negare il maggiore volume informativo e nemmeno la migliore dimestichezza a trattare le questioni complicate. La chiarezza, diceva Ortega y Gasset, è la cortesia del filosofo.

Se per migliaia di anni le elaborazioni dell’intelletto sono rimaste bloccate a ruotare attorno ad un suo iniziale nucleo - in un secolare loop -, da un pò di tempo in qua la scienza è entrata in una fase di accelerazione senza precedenti; è diventata un potere autonomo, spesso autoreferenziale e talvolta incontrollabile.

Tutto si è svolto nell’eteropoiesi, nella nostra pervicace volontà di realizzare i sogni, in questo “intreccio fattuale e normativo che coinvolge, crea ed utilizza simultaneamente sistemi di concettualizzazioni e sistemi di valori[6].

Tutto si è svolto tra istituzione e educazione. La funzione storica delle istituzioni è consistita nel trasferire valori e principi culturali in forme e regole di organizzazione sociale. L’educazione ha tradotto principi e valori individuali e collettivi in modelli culturali di orientamento all’azione.


NOTE

[1] BORGES J. L., L’artefice, in OPERE, Mondatori, Milano 1984. Tratto da Suàrez Miranda, Viaggi di uomini prudenti, libro quarto, cap. XLV, Lurida, 1658.
[2] PIAGET J., Le scienze dell'uomo, Laterza, Bari, 1983, pag.100.
[3] idem
[4] Per analizzare il problema della relazione responsiva nella politica e nella società nell’era della comunicazione vedi CECI A., Intelligence e democrazia, Rubettino, Soveria Mannelli, 2006
[5] MATURANA H. R. e VARELA F.J., Autopoiesi e cognizione, Marsilio, Venezia 1985
[6] MONTESANO e MUNARI, Strategie del sapere, Dedalo, Bari 1984.

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