TERRORISMO: THE GLOCA STRATEGY

 





Priverno - 15 maggio 2002

Relazione: del sen. Maurizio CALVI scritta da Alessandro CECI


Ogni tre anni le organizzazioni respirano, si fermano un attimo e si guardano attorno e valutano con il loro senso critico lo stato del loro percorso e le possibilità che hanno di fronte.
Ogni tre anni abbiamo un passaggio di fase, un ciclo che finisce, una nuova occasione, nuovi vincoli e nuove opportunità.
Gli imprenditori hanno stabilito che il punto di equilibrio di una nuova impresa deve essere collocato alla fine dei tre anni. Noi non siamo imprenditori e consideriamo questi tre anni uno step di vita, che rischia di scivolare indolente e ignorato nelle ore della quotidianità se non ci fermiamo un attimo a ridare unità alla nostra azione, se non ci fermiamo a ricomporre i nostri obiettivi che altrimenti rischiano di sbriciolarsi dentro l’irruenza della cronaca.
Mi permetterete, dunque, d’inaugurare l’ormai tradizionale seminario del CeAS, con un rapido tratto del percorso che abbiamo compiuto in questi nostri primi tre anni di vita.

Quando decidemmo di costituire un Centro che studiasse la dura indifferenza della violenza nella politica, il terrorismo si pensava che fosse finito, ormai estinto e seppellito sotto le macerie del muro di Berlino. Il rumore di parole vacue irrompevano sul proscenio della comunicazione di massa e veniva dato ingiustificato ascolto perfino a chi pretendeva di sancire, con la fine delle superpotenze in contrapposizione, la fine della storia. Nulla di più sciocco poteva occupare slogan, dibattiti e pubblicazioni; come se la storia possa mai finire, come se gli avversari, nella infinita lotta di conquista del potere, improvvisamente svanissero, vaporizzati da una simpatica metafora o, peggio ancora, come se la storia possa essere prodotta soltanto da un conflitto e non possa esserci anche una storia della pace.
Sembrava ai più che ormai il terrorismo fosse relegato nella penombra, che ormai ci si dovesse dedicare alla integrazione ed alla pacificazione delle varie aree della geopolitica internazionale. Ogni giorno, soltanto tre anni fa, ci disegnavano il profilo dei terroristi con il tratto crepuscolare dei rivoluzionari traditi, che consumavano nelle ore di clandestinità le loro illusioni ideologiche, vittime e preda di un protagonismo epico, ignaro e indifferente, ma non superiore, al dolore che generava nelle sue vittime. Un’epoca storica si considerava conclusa per soggetti ormai scomparsi, evaporati sotto il solo sempre più accecante della modernità.

Tre anni fa, invece, con il primo seminario internazionale del CeAS, denominato “Terra Terrore Terrorismo”, noi riproponemmo il problema, nella sua interezza e non soltanto come fenomeno chiuso dentro il conflitto medio-orientale. Lo proponemmo nella sua globalità. Vorrei rileggere, alla luce di quanto poi è avvenuto, alcune righe di presentazione di quel primo emozionante incontro: “In un’epoca di ridefinizione dei criteri di legittimazione internazionale, decaduti i principi di Sicurezza e di Equilibrio sui quali erano state edificate le più importanti organizzazioni internazionali del novecento (Società delle Nazioni, ONU), il terrorismo assume una dimensione globale e tecnologica inusitata, superando spesso la base di rivendicazione territoriale per assumere forme di propagazione internazionale del terrore e delle sue organizzazioni”.
Nel corso del dibattito, poi, sostenemmo che quella azione si sarebbe presto rivolto alle grandi città occidentali, laddove l’effetto deterrenza fosse stato più eclatante; nella società più apparentemente pacificata: a New York. Un anno dopo abbiamo dovuto accantonare quella tragica immagine dettata dalla analisi politica dei processi storici, per non apparire preveggenti e per rispettare un dolore che non giustifica alcun rigore scientifico.

Il secondo anno abbiamo deciso di trattare il tema dell’Intelligence, perché credevamo che fosse questa la vera arma di contrasto e, per certi versi, di prevenzione in un sistema moderno di relazioni internazionali. Anche qui, una azione politica tradizionale, ricevere notizie sullo stato dei punti di crisi, che diventa una nuova strategia di gestione dei conflitti; qualora riuscissimo davvero a capire la grande differenza che c’è tra informazione e comunicazione, tra la possibilità di sapere e la capacità di capire i complessi fenomeni della politica. Abbiamo dovuto constatare quanto è stata tragica questa incapacità di distinguere le differenze l’11 settembre del 2001. L’information tecnology, i sistemi di classificazione e di archiviazione non sono riusciti a selezione e decodificare il surplus di informazioni che hanno invaso le banche dati della sicurezza. Dare prevalenza al fattore tecnologico su quello umano, nelle politiche di Intelligence è stato un errore fatale. Questa preoccupazione era stata espressa nell’arco di tutto il nostro dibattito nel marzo del 2001. Il tema ricorrente era proprio questo: selezionare e interpretare il surplus delle informazioni nelle macchine con la capacità cognitiva insostituibile dell’uomo. Ci eravamo raccomandati di considerare decisamente strategico il fattore umano. Lo hanno fatto i terroristi. Tuttavia, sebbene ancora sottovalutati e non ben definiti, questi temi sono alla fine entrati sempre più nella coscienza collettiva dei decisori ed anche il nostro parlamento licenzierà una nuova legge sulla organizzazione della funzione di intelligence per il nostro Stato.

In questi tre anni abbiamo compiuto passi da gigante su un percorso talvolta impervio ed ostico.
Senza voler presentare il nostro curriculum, visibile in internet, posso dire con soddisfazione che per noi, permettere a tanti interlocutori internazionali di incontrarsi ogni anno, per quattro giorni, in una prestigiosa ed accogliente sede, in modo ricorrente, a discutere dei problemi della violenza nella geopolitica internazionale, per noi, per la piccola struttura di volontariato che noi siamo, è veramente un grande impegno. Soltanto il fatto che ciò avvenga ancora puntualmente, per i grandissimi sforzi organizzativi, relazionali, finanziari e intellettuali che occorrono, mantenere questo appuntamento è motivo di enorme soddisfazione di tutti coloro che lavorano ad un progetto che porteremo avanti con la stessa immutata passione.
Il CeAS, che era un Istituto, è oggi diventato un sistema di ricerca integrato con altre autorevoli Istituzioni, dal Comune di Priverno che ci ospita alla Link Campus, dalla Università Roma 3 alla Università LA SAPIENZA, da quella di Firenze all’ Istituto Germani, all’ISPRI, a LIMES, al Consorzio INVENIO, all’AISCRIS, all’Eurispes che con noi hanno partecipato alla organizzazione di questi incontri. Altri rapporti sono stati aperti ed altre convenzioni di reciproca collaborazione sottoscriveremo. Tanti amici, tanti poli di un solo network di ricerca e di studio, che nella infosfera della comunicazione globale è oggi uno dei pochi in grado di produrre significati connotativi e denotativi della complessità.

L’ultimo di questi significati, last but not least, è la Glocal Strategy, con cui abbiamo denominato l’appuntamento di quest’anno. Si tratta di una strategia terroristica diventata evidente ai nostri occhi dopo la tragedia dell’11 settembre 2001 e molto più evidente si è fatta nei giorni successivi, quando la polvere delle torri non velava più lo sguardo e abbiamo potuto meglio scrutare.
Subito dopo lo schianto delle Twin Towers si è diffuso nel mondo occidentale il terrore del bioterrorismo, una incontrollata paura da attacco con armi batteriologiche. Poche bustine pervenute in un qualsiasi ufficio in qualsiasi parte del mondo, scatenavano un panico generale, ovunque. Una azione minimale, inviare per posta una polverina, è in grado di scatenare un terrore globale.
La Glocal Strategy è questa: una azione locale per il terrore globale. Gli eserciti non servono più. Basta una persona, che abbia la cognizione dei punti nevralgici del cervello multimediale della modernità, che sappia introdurre un virus effettivo, fisico o informatico, nei circuiti della comunicazione integrata, per produrre un terrore che si alimenta da sé, autoreferenziale, cioè un terrore che produce altro terrore, con effetto moltiplicativo, deflagrante per la globalità. Questa è la glocalità: qualsiasi punto è il centro, qualsiasi località è globale e può immettere una minaccia nelle sinapsi celebrali della complessità multimediale, può colpire il cervello, la rete, il network delle organizzazioni internazionali e produrre un terrore globale con effetti incontrollati. Anni ed anni di bombardamenti e dispiegamenti di corposi e costosi apparati militari non ci aiuteranno a ridurre l’insicurezza che deriva dalla semplice azione infettiva o esplosiva di un solo militante che vive acquattato nella civilizzazione delle nostre megalopoli. Basta una bombola del gas per far saltare la metropolitana di Milano e far temere il viaggio a centinaia di migliaia di cittadini nel mondo, producendo un panico da trasporto che nessun esercito potrà ridurre. Anzi, poiché a noi i morti costano, mentre ai terroristi no, quella reazione militare diventa un effetto calcolato e funzionale, un modo per alimentare ulteriormente la strategia dei terroristi internazionali, che aggiunge paura e orrore a paura e orrore, portando ad una azione locale e circoscritta (la bombola del gas a Milano) un risultato globale in termini di deterrenza, di notorietà e di esaltazione.

Senza questa impostazione glocale risulta difficile interpretare la strategia di Hammas in Palestina e l’utilizzazione dei Kamikaze in Israele. I terroristi palestinesi mirano alla reazione militare israeliana, così come la passeggiata malefica di Sharon mirava alla reazione dei militanti palestinesi. Nella Glocal strategy ci si alimenta della forza reattiva dell’avversario. Sul piano politico globale, Bin Laden si è molto alimentato della risposta militare americana, anche se ha perso uno Stato e moltissime vite umane. Nel conflitto arabo – israeliano, l’uno si alimenta dell’odio dell’altro, indispensabile ad entrambi per affermare una speculare supremazia. L’unica vera azione di contrasto e di definitiva pacificazione sarebbe quella di rompere la spirale vertiginosa della glocal strategy e impegnare la comunità internazionale a costruire, non 2 popoli in 2 stati – fonte di continuo conflitto tra attori che vogliono restare perennemente conflittuali -, ma due popoli in un solo Stato, sottoposti alle procedure democratiche di acquisizione del potere, unica reale possibilità di depotenziare la carica esplosiva di un detonatore costantemente innescato, un conflitto ormai globale per la conquista del territorio, cioè di un obiettivo locale. Quando il territorio diventerà di entrambi, il conflitto verrà gradualmente ricondotto nella sua naturale dimensione politica. Io non so quando questo obiettivo politico – 2 popoli in un solo Stato -possa essere raggiunto. Ma sono irrimediabilmente convinto che sia questa la strada che dobbiamo seguire, anche qui, secondo un criterio di glocal strategy invertita: la comunità internazionale, cioè le istituzioni globali, si impegnano a risolvere e gestire un conflitto locale.

Senza il criterio interpretativo della glocal strategy poco si comprende del terrorismo Basco, dove la messa fuori legge e al bando del partito di Batasuna (una azione locale) determinerà una internazionalizzazione del conflitto (terrore globale). Si tratta di una tipologia di soggetti che si presentano sul proscenio della politica con la loro mescolanza spinte xenofobe e nuovi nazionalismi; com’è anche il caso dell’assassinio del leader della destra radicale in Belgio. Sono casi identici di identica dimensione locale che appaiono nella loro dimensione globale ogni volta che esercitano la loro azione violenta e quando applicano il terrore come strategia. Casi di cui abbiamo avuto una controprova in Italia, dove viceversa la politica ha agito per depotenziare un conflitto locale che avrebbe potuto diventare globale, che avrebbe potuto utilizzare la stessa strategia terroristica di rivendicazione autonomista. Erano già pronte le armi per la liberazione della Padania, quando, con motivazioni elettorali (come è giusto in una democrazia), il centro sinistra e il centrodestra hanno prima legittimato e poi portato al potere la Lega, interprete italiana di quelli stessi nuovi nazionalismi. Oggi i suoi rappresentanti più autorevoli sono Ministri della Repubblica Italiana e si preoccupano di rafforzarne le Regioni. Il nostro terrorismo è di diversa matrice, come illustrerà il CeAS, nelle relazioni di Giovedì e di Venerdì.

Dunque 2 delle 7 caratteristiche della Glocal Strategy le abbiamo definite:
  1. l’autoreferenzialità, cioè una azione terroristica che genera altre azioni terroristiche, un terrore che si propaga producendo altro terrore perché ogni scambio potenzia il suo deterrente bellico e il suo valore tattico strategico. In altri termini, mentre il terrorismo a cui eravamo abituati doveva trovare le forme per mantenersi in clandestinità, il terrorismo contemporaneo si mantiene con i suoi stessi mezzi, è organizzato attorno ad un legame interattivo tra i suoi militanti. Questo legame permette alle organizzazioni terroristi che moderne un certo grado di autonomia. Infatti, nelle nuove organizzazione del terrore, nessun elemento può esercitare un pieno controllo sugli altri, tanto è vero che lo stesso Bin Laden non aveva calcolato gli effetti dell’azione compiuta alle torri di New York, e non tutti i terroristi sapevano di doversi infrangere contro due grattaceli. Essendo costruite su insiemi di relazioni locali, l’organizzazione autoreferenziale terroristica, per assumere una dimensione globale e per concentrare l’attenzione su di se, ha bisogno di una potente forma comunicativa, di un linguaggio, possibilmente di un messaggio religioso o messianico, fatto di simboli e di informazioni crittografate, i cui frammenti richiamino una totalità semantica, che non siano scomponibili e ricomponibili, ma utili anche a fornire le informazioni necessarie per decidere. Infatti, mentre prima i terroristi agivano sulla base di un pretesto ideologico, oggi decidono sulla base di una loro autonoma ed occulta struttura di intelligence, spesso perfettamente compenetrata con l’ambiente, con la località in cui si mimetizzano. Da questo punto di vista il documento di rivendicazione dell’assassinio di Marco Biagi da parte delle Brigate Rosse, è una emblematica testimonianza. Il CeAS è impegnato sullo studio di questo avvenimento, a cui dedicheremo presumibilmente un intero prossimo seminario, perché costituisce un caso tipico di apparenza. La maggior parte degli analisti è concentrato sulle similitudini con il precedente assassinio di D’Antona, mentre noi abbiamo analizzato le differenze, convinti che una organizzazione glocale non possa ripetere i suoi eventi, avvenuti in uniche condizioni locali di tempo e di spazio. E possiamo prevedere che questi omicidi non sono finiti, sono soltanto sospesi, e così resteranno fino a che le nuove Brigate Rosse non avranno l’esigenza di rafforzarsi: perché appunto la Glocal Strategy si compone di eventi in grado di recuperare energia dall’ambiente locale per alimentare la organizzazione globale;
  2. la reattività, il nemico indispensabile per affermare la propria presenza sul teatro militare internazionale. Esiste una sorta di circolarità del comportamento bellico, fatto da due soggetti reciprocamente interdipendenti, cioè che non possono fare a meno l’uno dell’altro per la affermazione conclusiva del più forte. Si tratta di due soggetti complementari, una sorta di due gemelli siamesi che credono di potersi garantire la propria sopravvivenza soltanto uccidendo l’altro. Restano locali fino a quando pensano di poter fronteggiare da soli questa rivalità. Quando temono di soccombere diventano globali traslando il loro conflitto sul sistema delle relazioni internazionali. Ciò avviene normalmente con una azione locale indirizzata ad una controparte globale, o ad un avversario in grado di diffondere un terrore globale nel mondo. Il conflitto medio orientale tra i gemelli siamesi israeliani e palestinesi, credo che sia un esempio senza bisogno di commenti. Il comportamento delle due parti è speculare e, per certi versi, identifico. Noi non sappiamo dove ci porterà quel conflitto. I loro rapporti non sono lineari, non sono progressivi, non sono unidirezionali. Sono complementari, l’uno alimenta l’altro, e convivono attorno ad feed-back del terrore, un sistema circolare di azioni e reazioni, che non può essere isolato, ma deve essere considerato come un tutto. Di nuovo la Glocal Strategy: un comportamento politico locale fortemente reattivo, che può esplodere o può essere risolto, soltanto da una impostazione politica globale, che eviti di ricostruire ogni volta le parti in conflitto, ma trasformi due corpi legati in uno. Dobbiamo lavorare in una nuova ottica. Garantire due Stati a due popoli significa rendere permanente le reciproche reazioni violente, perché significa lasciare lottare quei due gemelli siamesi. Due popoli in un solo Stato, significa invece ricomporre l’unità di un solo corpo, mantenendo i caratteri connotativi di entrambi i gemelli. In generale io credo che sia possibile, anzi sempre più indispensabile, che il mondo, per arginare i suoi conflitti, dimostri di saper vivere in una unità che non significhi necessariamente assimilazione. Questo vale per ogni organizzazione, dalla famiglia di qualsiasi località ai network globali, e vale per gli Stati moderni, che sono uniti per restando multietnici. E puo valere per Palestinesi e Israeliani che potranno convivere in un solo stato, senza perdere la loro identità.
  3. Il terzo carattere è l’asimmetria, cioè la condizione in cui nessun polo della rete internazionale del terrore è uguale ad un altro e che, quindi, vista nella sua complessità, la forma della violenza politica è irregolare, disomogenea, squilibrata. Se guardo la realtà scopro che la geometria euclidea non esiste. Che forma ha un cane, un albero, il mare, una nuvola? “La vita – diceva Thomas Mann – ha orrore della assoluta esattezza”. Per definire le cose viventi abbiamo avuto bisogno dei frattali. Anche la matematica ha perduto la sua certezza e il CeAS vi sta dicendo, da qualche tempo, che la fuzzy logic deve essere applicata all’analisi strategica. Le contraddizioni non sono errori di logica, ma elementi della realtà. L’asimmetria è il locale del globale, l’imperfezione vitale, non congruente e non giustificato in un disegno omogeneo, ma reale. L’asimmetria è una infrazione alla regola che c’è e bisogna che sia considerata. Quanto poco simmetrico è, subito dopo la tragedia di Bologna, è l’omicidio malamente celato di un esperto informatico alle porte di Roma, che ha portato con sé i suoi segreti incoerentemente divulgati in varie pubbliche occasioni? È un fatto apparentemente laterale e non simmetrico alla forma tradizionale che noi diamo all’attentato terroristico: non rivendicato e non rivendicabile, privo e privato di qualsiasi valenza politica. Stona. Ma non può essere occultato, perché c’è e, anche se locale e circoscritto, va ricondotto alla interpretazione globale di un fenomeno storico italiano. L’analisi della caratteristica asimmetrica della Glocal Strategy può farci vedere molte cose in più di quelle che riusciamo a scorgere concentrandoci sulle apparenze e sulle forme evidenti e tradizionali con cui la violenza si mostra in politica.
  4. La reversibilità è una tecnica che abbiamo appreso dalla analisi dei Black Blok, dei movimenti insurrezionali ed anarchici che abbiamo visto in azione nella manifestazioni anti globalizzazione. Li potremmo anche definire “terroristi di un giorno” e consiste nella capacità dei militanti organizzati di trasformarsi in soggetti minacciosi in determinate occasioni e tornare immediatamente dopo alla normalità. In modo più tecnico il CeAS parlerà di funzione cluster, che consiste nel nascondere nelle pieghe della normalità, per anni, soggetti apparentemente innocui, magari integrati in una comunità o in un nucleo familiare, che improvvisamente diventano agenti di terrore, per ritornare alla copertura di quotidianità immediatamente dopo. È successo a Milano, dove è stato individuato un pericoloso affiliato al terrorismo islamico soltanto perché il suo nominativo è stato trovato nelle grotte dell’Afghanistan. E per tutti noi era un onesto cittadino, buon padre di due figlie. Succede con le nuove Brigate Rosse, che non vivono più in clandestinità, ma nella vita sociale quotidiana e si riuniscono in occasione di un obiettivo tattico-strategico da perseguire, con la tecnica del grappolo, del cluster, che raccoglie i file che servono per svolgere una mansione informatica e poi li lascia liberi circolare nella loro innocua inconsistenza. I poli delle organizzazioni terroristiche moderne, nella Glocal Strategy si compongono e decompongono in relazione agli obiettivi militari, sono reversibili, sono perfettamente adatti ad una azione di sabotaggio, lo sono meno per una guerra di liberazione nazionale da uno Stato oppressore o dal capitalismo delle multinazionali.
  5. Il quinto elemento è quello della pervasività. Nella Glocal Strategy l’organizzazione terroristica traspare. Deve sapersi adattare perfettamente all’ambiente in cui esercita la sua azione, deve compenetrarsi con il territorio, come nel caso del terrorismo basco, o di quello irlandese, o comunque quelli che si riferiscono ai nuovi nazionalismi, in cui spesso i confini tra popolazione e terroristi sono molto labili, impercettibili. Si respirano nell’aria e la carica catartica è un esercizio di preghiera quotidiano, come avviene ad esempio oggi in Pakistan o in altri Stati Arabi, che cercano di fronteggiare la pervasività eterea delle organizzazioni religiose e terroristiche islamiche. Si tratta di vere e proprie aree geografiche, ambienti e territori sempre pronti ad esplodere in un deflagrazione individuale per colpire un nemico globale.
  6. Riflessività. Una rete è fatta essenzialmente di buchi. Ma nel network internazionale la Glocal Strategy mira essenzialmente a produrre il vuoto, cioè la rottura delle connessioni che reggono il sistema. Per questo motivo introducono costantemente un elemento di minaccia, biologica o informatica nel sistema della comunicazione. Perché sanno che questo sistema è riflessivo e produce una panico incontrollato che può rompere le maglie della rete che sorregge le relazioni internazionali. Azioni speculative in borsa, azioni simulate di avvelenamento della rete idrica delle metropoli, informazioni false di attentati ai mezzi di trasporto di massa o bombe nell’underground, sono tutti esempi di produzione di un vuoto logico e cognitivo da minaccia permanente che mira alla realizzazione delle migliori condizioni di sfondo per ottimizzare una strategia glocale. In questo caso il nostro slogan assume una inequivocabile evidenza fisica: la minaccia locale per un terrore globale. La preoccupazione è che questi processi di sconnessione, molte volte appositamente introdotti, viaggiano sulla bocca dei nostri amici e dei nostri parenti, che si trasformano in inconsapevoli moltiplicatori comunicativi di una ben definita strategia terroristica. Ricordo ancora di una storiella che veniva raccontata da tutti gli studenti universitari su un ipotetico attentato alla metropolitana di Roma, svelato per riconoscenza da un islamico di buon cuore subito dopo lo schianto di New York.
  7. L’ultima strada della Glocal Strategy è il newsmaking: la capacità di produrre informazioni. L’organizzazione terroristica moderna non riesce a passare dalla dimensione locale a quella globale senza una strategia di informazione e di disinformazione ben definita. Deve saper costruire notizie, o dover saper bene qual è il modo con cui si finisce rapidamente sui mezzi di comunicazione di massa o, meglio ancora, come si passa sui canali di informazione con messaggi simbolici o crittografati. Tuttavia la funzione più importante nella gestione del proprio sistema di informazioni consiste nella produzione di senso che una organizzazione terroristica deve saper diffondere per allargare la base di consenso necessaria al reclutamento dei suoi militanti. Noi non ce ne accorgiamo, perché non siamo i destinatari di quei messaggi. Modificare il nostro background culturale per convincerci della necessità e della opportunità della azione terroristica, è molto difficile e dispendioso. Ma laddove i codici comunicativi sono già molto identificati, la comunicazione del terrore è molto incisiva e forte, omogenea e costante. Si tratta di una informazione radicalizzata che produce notizie di pulsione (verso la propria organizzazione) e di repulsione (verso il nemico), in ordine inverso: prima il rifiuto e poi l’accettazione.
Ho voluto indicare le 7 strade della Glocal Strategy, anche se soltanto per titoli, per arrivare al punto di questo mio intervento di scenario. I tecnici del CeAS affronteranno nel dettaglio queste questioni. A me è riservata l’impostazione politica. Anche perché, lo sappiamo tutti, la tecnica non basta. La tecnica indaga le possibilità ed è dunque indispensabile, necessaria. Ma non è sufficiente. Per andare oltre bisogna avere la volontà.

Il punto qui che vogliamo trattare, in termini di scenari, è noto, ma irrisolto. Quando la politica è assente, quando perde la sua funzione principale di regolatrice di un conflitto tra parti, la violenza ri-esplode, tanto più aspra, quanto più profondo è il vuoto. E questo assunto è tanto più vero oggi, quando il terrorismo sembra aver definitivamente perduto la sua matrice rivoluzionaria, per assumerne un’altra di disarticolazione e di sabotaggio. È tanto più vero oggi, con un terrorismo che mira a produrre un vuoto cognitivo nella intelligenza collettiva e connettiva del mondo.

Questo vuoto può essere riempito soltanto dalla politica. Non possiamo farci illusioni, senza una politica non abbiamo scampo. Nessun bombardamento, nessuna invasione, potrà sostituire la funzione pacificatrice della politica, come dice il Governatore della Banca d’Italia, che portare benessere nel mondo è un modo per esportare la pace.

Noi dobbiamo innanzitutto sostituire il concetto di globale con quello di planetario.

L’ho detto già al convegno su “La Rivoluzione Connettiva” e voglio insistere. Noi non abbiamo bisogno di una politica globale, che può significare imporre il nostro modello di sviluppo. Una politica globale rischia di produrre nemici globali, e rischia di dissociare i governi dai popoli. Noi abbiamo bisogno di una politica planetaria, di una unità del pianeta che non sia assimilazione ad un solo standard informatico. Abbiamo bisogno di integrazione delle culture diverse, che sono le risorse insuperabili di una umanità scissa e prostrata dalle sue vittime e dai suoi artefici. Noi abbiamo bisogno di sentirci parti identificate della nostra città, della nostra provincia, della nostra regione e della nostra nazione dentro una evoluzione planetaria ormai sempre più padrona delle proprie potenzialità.

E dei propri rischi.

Mentre oltrepassiamo confini galattici o strutturiamo e destrutturiamo il codice genetico della vita, poggiamo la nostra comodità sulla pelle di migliaia di bambini che muoiono di fame o di sete, o di sfruttamento o sezionati per vederne gli organi, o prostituiti o abbandonati. È l’incubo dell’aria condizionata, senza la quale non possiamo sopravvivere e che tempesta la calura delle notti d’estate, di una globalità che fonda il suo agio sui tuguri delle miniere di morte in altre parti del nostro stesso mondo.

Questa globalità è pericolosa e ingiusta.

Questa globalità dobbiamo sostituire con una politica planetaria, che consideri la terra un solo territorio, comprensivo di mille ragioni e di migliaia di linguaggi, culture, sguardi.

Un solo territorio per migliaia di popoli, in un sistema di integrazione senza assimilazione, per i gemelli che noi siamo.

L’unico vero processo di pace è questo.

Noi lo affermiamo e lo riaffermiamo all’inizio e alla fine dei nostri seminari.

È il nostro compito.

È la nostra scelta.

È la nostra speranza.

Il valore politico contemporaneo consiste nel superamento sia del concetto di globale, sia nel concetto di locale. Il valore politico del futuro prossimo venturo è nel concetto di planetario. Occorre una politica planetaria, delle istituzioni planetarie, una economia planetaria, una cultura planetaria. Occorre una politica per tutto l’intero pianeta.

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