GEOPOLITICA DELLA CHIESA: considerazione in merito alla enciclica MAGNIFICA HUMANITAS -1

 

 

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Non so se coloro che esultano e spesso si esaltano per l'enciclica di Leone XIV "MAGNIFICA HUMANITAS" l'abbiano davvero letta e, più che altro, l'abbiano davvero percepita e dunque concepita.

I commenti spesso non mi sembrano corrispondenti al testo.

Intanto, credo di capire che il vero tema non sia riferito alla invasività e pervasività della Intelligenza Artificiale, quello che Paolo Benanti, sbagliando, chiama “potere computazionale”, che “ha acquisito negli ultimi anni una rilevanza filosofica, politica ed etica che va ben oltre la sua dimensione tecnica.[1]

Si certo l’enciclica si riferisce alla dirompenza tecnologica della Intelligenza artificiale, ma queste tematiche sono ben conosciute, note e spesso banali; frequentano noiosamente i media che contestano. Anche le encicliche del Papa possono essere il prodotto del timore della incontrollabilità degli strumenti, cioè di un Dio algoritmico che schiaccia l’umano che lo ha inventato e costruito. Come diceva Agostino d'Ippona “O il male è ciò di cui abbiamo paura, o il male è che abbiamo paura[2]. Per me invece è la paura il male che abbiamo, anche di questi nuovi automi, come voleva che venissero chiamati Shannon, e che invece vengono impropriamente considerati intelligenti.

Appunto, non è questo il tema fondamentale dell’enciclica MAGNIFICA HUMANITAS, anche se certamente il più evidente. Si tratta però di una conseguenza logica di ciò che Leone XIV vuole davvero dire. Lo spiega subito, fin dall’inizio, senza infingimenti.

Il Papa propone subito alla nostra attenzione “Due icone bibliche”.

La prima riguarda la costruzione della torre di Babele (cfr Gen 11,1-9): “Gli esseri umani, stabilitisi nella pianura di Sennaar, decidono di costruire una città e una torre «la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,4). Vogliono così garantirsi stabilità e potere, e soprattutto “farsi un nome”, temendo di essere dispersi sulla terra. L’impresa appare imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. Tuttavia, il progetto nasconde una profonda insidia: è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione. Quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a se stessa, la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Il risultato non è l’unità, ma la dispersione. Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio."

Se le nuove tecnologie sono la nuova veste della Torre di Babele, allora il problema è l’umano, la sua assolutizzazione, la “sua pretesa di autosufficienza”, la sua sfida, la sua pretesa e la sua ambizione “ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio.”. Non è tanto la tecnologia potente, potenziata e ulteriormente potenziabile che “sacrifica la dignità delle persone all’efficienza”, la preoccupazione quella di una città, la nostra, che nasce da noi, “si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a sé stessa”. La punizione per la rinuncia a Dio è “la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Il risultato non è l’unità, ma la dispersione.” Gli automi andrebbero anche bene se la loro realizzazione e la loro applicazione fosse indicata, favorita o semplicemente approvata da Dio. In questo caso, non ci sarebbe omologazione, niente confusione e nessuna dispersione. Quindi, non sono gli strumenti ad essere preoccupanti, ma che siano generati autonomamente, senza il volere di Dio, che ambiscano “a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio.”. Qui Leone XIV torna, modernizzandolo, a uno dei vecchi conflitti teologico/politici tra Agostino e Tommaso. Il primo (Agostino) voleva che la realtà fosse considerata espressione della volontà di Dio, il secondo (Tommaso) che la volontà di Dio fosse riconosciuta nella capacità degli umani di generare realtà. Per il primo (Agostino) gli umani nella loro opera devono essere poco ambiziosi e realizzare la volontà di Dio espressa dalle Sacre Scritture, per il secondo (Tommaso) la volontà di Dio si realizza nell’opera degli umani, nei loro articolati quotidiani, nella vita vissuta, nella dolorosa e spesso dannata produzione di realtà. Per il primo (Agostino) la volontà di Dio infonde l’ordine dei cittadini, per il secondo (Tommaso) l’ordine dei cittadini esprime, mostra e dimostra, la volontà di Dio. Leone XIV s’innesta decisamente e dichiaratamente sul filone agostiniano della teologia cattolica. La tecnologia non è altro che la nuova torre di Babele, in cui gli umani mostrano la loro perversione ambiziosa di voler raggiungere Dio, non con una edificazione tecnica, ma con un potere tecnologico. Dio è incontrollabile per gli umani. Se la nuova tecnologia è altrettanto incontrollabile e sfugge agli umani, allora ambisce ad essere come Dio, di nuovo a raggiungerlo. Poiché, però, non può essere come Dio, deve essere considerata demoniaca.

Faccio inoltre notare che, in un libro del lontano 1986, Forma Fluens, Ruggero Pierantoni interpretava diversamente il simbolismo della Torre di Babele. Sembra che al vertice della torre venisse allestita una stanza imbandita di frutta e bevande, perfino con un letto per riposare. Vuol dire che la volontà dei costruttori non era quella di raggiungere ambiziosamente il cielo infinito per vedere Dio, era invece una richiesta: il desiderio che Dio scendesse tra gli umani, per venire sulla terra a governare il mondo, a gestire la complessità dell’esistente, tecnologie comprese. Era la stessa cognizione di De Andrè, quando cantava: “Dio del cielo se mi vorrai amare, scendi sulla terra e vienimi a cercare”. Non si tratta di una sfida, giacché la volontà di amare, come ci ha insegnato Cristo, è la cosa più divina della nostra esistenza. D’altronde, se Dio scendesse davvero sulla terra, sarebbe il potere del Papa a svanire. E questo sarebbe davvero un bel problema per il cattolicesimo.


Più interessante mi sembra la seconda icona biblica relativa alla “ricostruzione delle mura di Gerusalemme” (cfr Ne 2-6).

Il libro di Neemia, a sua volta, si apre in un momento di grande vulnerabilità nella storia dell’antico Israele. Dopo l’esilio babilonese, una parte del popolo è tornata a Gerusalemme, ma la città è ancora in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate (cfr Ne 1-2). Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore."

Il protagonista è Neemia, un poveraccio, un servitore ebreo, che, per ricostruire la città sacra di Gerusalemme, non ha bisogno di imporre “soluzioni dall’alto”. Svolge una funzione politica, come voleva Hannah Arendt, di azione, “chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti”, e di relazione “Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni”. È l’affermazione suprema del principio di responsabilità politica, per la ricostruzione di una città “non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani”. È l’affermazione di un cristianesimo oltre il cattolicesimo e, se volete, oltre anche il cristianesimo stesso, che vale, come cultura, come scelta, come impegno, per tutti. Un progetto politico di riconnessione, un’opera che “ricostruisce i legami prima ancora delle pietre”. Una responsabilità politica fortissima e definitiva, per tutti, che offre a tutti la parola compresa, in “una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione”. Una responsabilità politica che riguarda ciascuno di noi perché mira ad ottenere un equilibrio collettivo e complessivo: quella “armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte”. Un monito per tutti gli indifferenti del mondo, colpevoli e peccatori solo per la loro ignavia e per il giustificazionismo opportunistico del male.
(continua…)

NOTE

[1] BENANTI P., La nuova logica del dominio, Laterza, Bari 2026, 4
[2] TRAPÉ A. (a cura di), Opere di sant'Agostino, Nuova Biblioteca Agostiniana, Città Nuova, Roma 2006

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