GEOPOLITICA DELLA PACE: senza coazione

 

DAI DIRITTI DEGLI UMANI AI DIRITTI DELLA VITA


Secondo Cicerone la forza epistemologica delle scienze sociali sono i fatti, che se sono veri, se esistono si vedono. C’è, diceva, nella storia una eloquenza dei fatti, i fatti parlano e gli uomini o le nazioni, sono giudicate nella storia per i fatti che compiono e che comunicano a tutti noi la responsabilità degli attori politici. Inequivocabilmente: come disse Eduardo Galeano, in riferimento alla Guerra Civile Spagnola: «Per quanto si tenti di ridurla al silenzio, la storia umana si rifiuta di tacere».

Dunque, nella storia delle relazioni internazionali, nella politica globale le nazioni e le persone si riconoscono per i fatti che si determinano.

I fatti parlano per loro.

I fatti parlano ma il diritto tace.

Dopo un lungo e travagliato percorso, equivoco e troppe volte equivocato, nel 1948 è stata istituita, il 10 dicembre a Parigi, la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e del cittadino.

Però, come è noto, la dichiarazione dei diritti umani non corrisponde al diritto internazionale. Questa distanza, questo vuoto, è la differenza che fa tutta la differenza.

Ad esempio, come è evidente da ciò che stiamo vivendo in questi giorni, il diritto internazionale, come diceva Bobbio, «giustifica la legittima difesa» in quanto lo prevede, come principio fondamentale, come giustificazione della guerra perfino. Tuttavia, non sempre questo diritto soddisfa i principi fondamentali della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e del cittadino. La differenza sta nel fatto che mentre il Diritto Internazionale fonda la sua legittimazione sulla morale dei vincitori, la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e del cittadino fonda la sua legittimazione su principi etici universali.

Infatti, «la guerra sarà efficace innanzi tutto se è vincente» mentre i diritti umani riguardano le barbarie sulle persone siano esse vittime o artefici. Inoltre, l’applicazione della norma senza coazione del Diritto Internazionale viene considerata nella sua funzione «se è rapida rispetto al tempo e se è limitata rispetto allo spazio, nel senso che sia ristretta al teatro di guerra»[1]. Questo vuoto, questa scissione tra la morale dei vincitori e l’etica dell’abominio esistenziale, per Bobbio «è un conflitto insanabile». La distinzione tra la morale dei risultati e l’etica dei principi è «una di quelle scelte che i moralisti definirebbero tragica»[2].

L’analisi degli eventi storici precedenti e contemporanei del mondo induce, tuttavia, ad un’altra riflessione estremizzata e più evidente: la morale dei vincitori è basata sulla forza, i principi etici dell’umanità sono basati sulla ragione. E, in questo senso, il Diritto Internazionale è statico mentre i Diritti Umani sono dinamici.

Il Diritto Internazionale è statico semplicemente perché è inesiste. Nessuna capacità di coazione, nessuna possibilità di applicazione e nemmeno nessuna volontà di adesione. L’unica cosa che conta, nel sistema delle relazioni internazionali, da sempre, è la forza. Anzi, per essere più precisi, non esiste il Diritto Internazionale inteso come regolamento delle relazioni tra Stati; perché il Diritto Internazionale privato, che regolamenta, invece, gli accordi commerciali tra aziende e individui esiste, eccome.

Quindi il diritto internazionale ha un doppio e un triplo standard. A noi interesserebbe di più il diritto che non esiste, quello che dovrebbe servire a regolamentare il rapporto tra soggetti politici che generano normalmente catastrofi. Forse sarebbe più opportuno prenderne atto ed agire senza le comode ipocrisie di legittimazioni insignificanti o di giustificazioni elementari, come quando tenta di legittimare o giustificare una azione di conquista con la scusa di una opportuna reazione ad una offesa strumentalmente indicata e, di volta in volta, predatata. Gli Israeliani attribuiscono all’attacco del 7 ottobre 2023 di Hamas a causa e la colpa del loro diritto ad agire. Hamas attribuisce alle azioni di emarginazione dei palestinesi la causa e la colpa della loro reazione avvenuta il 7 ottobre 2023. Quando i Greci distrussero Troia, senza conquistarla ma depredandola, non lo fecero certo per gli occhi belli di Elena, ma per rapinare le ricchezze i Troia, visto che i Greci, fino ad Alessandro Magno, rapinavano invece di estendere il loro dominio territoriale. Non si stanziarono mai a Troia e non la assorbirono e nemmeno ne fecero mai colonia dei loro traffici. La sconfissero. La distrussero e la abbandonarono. Da allora per 3.000 anni noi abbiamo celebrato l’esaltazione della forza sulla ragione, mitizzando Achille che aveva, come sola abilità, quella di combattere e noto per aver afflitto infiniti lutti. La staticità del diritto internazionale, che da allora ad ora è sempre lo stesso, è dato dal solo principio permanentemente valido: il riconoscimento della forza con la regolamentazione dello status determinato dal vincitore

Cosa diversa sono invece i Diritti Umani, nel rispetto dei quali si potrebbe adottare l’applicazione di alcune norme internazionali, stabilito il fatto, ad esempio, che alcuni danni prodotti da legislazioni distratte o coinvolte, riguardano l’intera dimensione relazionale planetaria, come ad esempio la distruzione della foresta amazonica, l’inquinamento ambientale, l’esplosione di una centrale nucleare. I diritti degli umani cambiano in diverse epoche storiche. Ciò che consideriamo oggi per diritti umani, non sono certo gli stessi dei Greci o dei Romani e nemmeno quelli delle generazioni immediatamente precedenti a noi. I diritti umani cambiano e cambieranno, si stanno già ancora in diritti alla vita, visto che stiamo introducendo nella legislazione del mondo sempre più anche i diritti spettanti agli animali. Anche in questo caso, però, alla fine, constatiamo la distanza tra la esigenza della cittadinanza e la efficienza della norma. Il diritto continua a non essere applicabile. La forza dei soggetti coinvolti, rispetto alla debolezza coattiva del diritto, delegittima la funzione applicativa della norma.

Restiamo sospesi nel vuoto tra il Diritto Internazionale e la richiesta del rispetto del Diritto per gli Umani. Mancano gli strumenti necessari per coprire questo vuoto.

Considero questo articolo la premessa di una serie di considerazioni, talvolta anche tecniche, sulla affascinante elaborazione esistente di una inesistente disciplina.

Il mondo inesistente del Diritto Interazionale è complesso ed enorme: dalle riparazioni di guerra (che normalmente spetta a chi perde e non a chi ha ragione) fino alla regolamentazione e, se possibile, alla prevenzione dei conflitti.

Noi cerchiamo di proporre strumenti, come ad esempio “il bilancio degli impatti internazionali di uno Stato”, che possano coprire quel vuoto che si determina tra il diritto internazionale e i diritti umani.


NOTE

[1] BOBBIO N., Una guerra giusta? Sul conflitto del Golfo, Marsilio, Venezia, 1991, p. 39
[2] BOBBIO N., cit., pag.37

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