GEOPOLITICA DELLA PACE: ...ancora sotto le maceria

 

 




Alessandro Ceci

1 - … ancora nelle macerie e senza Araba?

Sono passati quasi 40 anni dalla caduta del Muro di Berlino, le cui macerie hanno sepolto il vecchio ordine internazionale. E sono pasati 25 anni da altre macerie, quelle delle Twin Towers, che hanno seppellito circa 3.000 morti e l’accomodante sicurezza dell’Occidente. Macerie crollate addosso all’ex sistema comunista sovietico e macerie crollate addosso al simbolo del capitalismo liberale americano. Sono le stesse macerie che, in entrambi i casi, hanno seppellito la logica dicotomica bipolare,

Eppure, dopo quasi 40 anni, il nuovo profilo della geopolitica globale dovrebbe essere chiaro.

Per noi era visibile già nel 2014[1].

In questo senso, cioè nel senso della lettura del trend storico avvenente, non credo che «il fatto sociale totale»[2], come avrebbe detto Marcel Mauss, sia riconducibile a vecchi criteri di legittimazione, come ad esempio quello della sicurezza[3]. I criteri di legittimazione e, prima, i meccanismi di de-legittimazione, sono un effetto e non la causa delle mutazioni politiche locali e/o globali.

Il fatto sociale totale che stiamo vivendo come quarta mutazione[4] della storia universale dell’umanità è l’evento della società della comunicazione che si rappresenta nella geopolitica con l’avvento di nuovi player planetari: le Piattaforme Continentali di Nazionalità (PNC).

Alessandro Colombo, uno dei migliori analisti italiani, definisce «insiemi regionali»[5] ciò che noi chiamiamo Piattaforme Continentali di Nazionalità. In realtà egli descrive una sconnessione tra la capacità di agire delle «interazioni economico-finanziarie che operano a livello globale» e il potere politico degli Stati.

Ciò che sta avvenendo nel mondo, oltre le diverse rappresentazioni folkloristiche, per me è molto evidente, eppure ancora troppo poco analizzato.

L’avvento delle Piattaforma Continentali di Nazionalità sta ristrutturando e riformulando gli habitat interni, in termini di condizione di vivibilità (come, ad esempio, i rapporti con l'immigrazione), e internazionali, in termini di condizione di stabilità (come, ad esempio la ridefinizione dei confini, tra Russia e Europa tramite l’Ucraina, e dei territori tra Israele e Palestina). La guerra della Russia in Ucraina è dichiaratamente proclamata per stabilire dei confini geografici comprensivi della Crimea. La spinta hard power di Trump in USA (già, in realtà, presente con il soft power di Obama e di Biden che sentivano il peso del ruolo americano nel mondo) rientra dentro questa ridefinizione della propria Piattaforma sia nella riorganizazione interna, sia nelle relazioni esterne. Gli osservatori non ne parlano e non ne parlano nemmeno gli analisti, ma quella di Piattaforme Continentali è una concezione che decodifica chiaramente le motivazioni delle decisioni politiche prese.

Se il paradigma dominante è vacuo e confuso, il mondo è nuovo ma le soluzioni restano vecchie. Cosicché i discorsi dei vari Premier e dei vari Ministri sono sempre molto deludenti. Sentiamo elencare, anche con precisione i problemi, ma per risolverli occorrerebbe un tempo indefinibile e, comunque, di molto superiore al loro mandato sul proscenio della cronaca mediatica per scomparire nel cono d’ombra della quotidianità anonima. Non essendo in grado di fronteggiare e nemmeno di arginare lo tsunami della mutazione incontrollata, perché incompresa, si attribuiscono le crisi a fontomatica e fantasiose cause economiche. Forse non siamo molto esperti, ma per noi, la causa delle crisi economiche internazionali che riverberano a livello nazionale è politica. L’economia e la tecnologia possono essere fattori positivi o negativi di accelerazione. Non sono però la causa delle crisi che stiamo vivendo.

La causa delle crisi anche economiche che l’Occidente deve ripetutamente fronteggiare è politica ed è relativa alle guerre inconcluse che non hanno permesso di modificare il modello di sviluppo. Le cause risiedono nelle guerre inconcluse che l’Occidente ha affrontato e su cui non si è mai davvero confrontato. Il nuovo modello di sviluppo che ha caratterizzato il mondo contemporaneo si è sviluppato dopo la conclusione della seconda guerra mondiale e il salto quantico delle esplosioni atomiche in Giappone. Se non si concludono le guerre, si procrastinano gli status quo. Il caso Ucraino è emblematico, ma non è il solo. Siamo costretti a fronteggiare finanziariamente un conflitto bellico ai confini, con il nobile dichiarato intento di difendere un popolo ingiustamente invaso e con la meno nobile taciuta speranza che la produzione di armi, come altre volte nella storia, favorisca la crescita economica delle nazioni europee. Il paradosso è che non è più l’industria a garantire ricchezza economica.

La ricchezza economica, in tutto l’Occidente, è stata costruita sulla propensione al consumo. Senza la propensione al consumo l’economia è lasciata alla bizzarria della finanza e viene sottratta quasi totalmente ai sistemi produttivi. Ancora oggi è così. Le prime imprese del mondo sono tutte imprese di micro-consumo di massa, L’America ha avuto il New Deal. L’Europa ha avuto il Welfare State. Le aziende miliardarie di micro-consumo di massa mostrano e dimostrano che la propensione alla spesa ha superato i suoi stessi meccanismi di distribuzione: è esorbitante sia rispetto al new deal sia rispetto al welfare.

Le guerre che abbiamo affrontato potevano servire soltanto alle industrie delle armi o potevano generare un nuovo piano Marshall Internazionale in grado di sostenere, con consumi adeguatamente crescenti, il sistema produttivo Occidentale. Avremmo in realtà potuto farlo anche senza guerre, ma questo è un altro discorso, o meglio, un discorso di altra epoca. Comunque, se avessimo favorito l’espansione dei consumi delle aree che ancora devono cominciare a consumare a livello di massa, o a spendere a livello individuale, avremmo sostenuto l’economia produttiva e non saremmo caduti nelle fauci del mercato finanziario. Invece le guerre che abbiamo affrontato, come fu per la seconda guerra mondiale, non sono passate dalla distruzione alla costruzione, non hanno generato un nuovo piano Marshall, non hanno prodotto propensione al consumo aggiuntiva e non hanno favorito l’esportazione delle nostre imprese. Sono rimaste inconcluse per chi avrebbe potuto usufruire della libertà post bellica: da una parte, il loro sviluppo; e dall’altra, il nostro mercato.

Le guerre inconcluse sono state un acceleratore della crisi economica dell’Occidente.

Per l’Europa, l’acceleratore è senza dubbio l’assenza di un governo continentale. L’egoismo politico di stati obsoleti ha prodotto la povertà e i sacrifici dei loro cittadini. Il futuro, a dispetto dei nostalgici delle morfologie medievali, è un mondo diviso da piattaforme continentali; un format perfettamente adatto per offrire servizi e qualità della vita a un numero sufficiente di cittadini/consumatori/utenti in grado di reggere autonomamente e quasi automaticamente le economie di semi-scala delle nuove imprese telematiche e di quelle vecchie telematizzate. E, tra le piattaforme continentali in statu nascendi, l’Europa potrebbe essere una delle più importanti se non fosse per l’egoismo provinciale dei suoi dirigenti politici.

Questa è la condizione del mondo moderno che, se non viene compresa, sprofonderà le economie e la socialità delle democrazie moderne in un vortice di delegittimazione senza ritorno.

Dunque la causa politica di questa crisi, a causa della mancata conclusione delle guerre, è l’assena di un nuovo modello di sviluppo. Noi siamo in una irreversibile fase di transizione. Il mondo si sta riorganizzando attraverso nuove forme di scambi economici e con nuove istituzioni, più flessibili, più leggere, per molti versi impercettibili. La strenua difesa di istituti della vecchia economia industriale non ha più senso. Significa buttare i soldi in un buco nero che assorbe tutto senza rendere nulla. È una pazzia. Un governo politicamente all’altezza della situazione economica globale cercherebbe una soluzione nella riforma degli equilibri e degli istituti economici europei. Rincorrere un debito insanabile nelle condizioni attuali è un errore clamoroso. È lo stesso sbaglio che fanno gli imprenditori delle aziende in crisi che, per sanare in debito che li divorano, si divorano nella gestione ossessionante dell’esistente. E falliscono inevitabilmente. Il nostro professore di Scienza Politica, compianto e ancora inascoltato Paolo Farnetti, continuava a ripetere che non si esce da una crisi senza una innovazione. Tanto più se si tratta, come in questo caso, di una crisi di transizione epocale che sta distruggendo istituti e istituzioni della società industriale. Siamo all’avvento della società della comunicazione e i soggetti economici degli Stati europei sono ancora con la testa in una società industriale che non c’è più. Per la schizofrenia dei mercati finanziari basta la dichiarazione di un addetto stampa. Le fluttuazioni sono troppo improvvise e condizionate da parole improvvide. Basta questo a far capire quanto travolgente sia, ovunque, la transizione verso la società della comunicazione.

Il mondo è nuovo ma le soluzioni sono vecchie. Le vecchie soluzioni non risolveranno i problemi antichi e imporranno gli inutili sforzi di sempre. Senza un nuovo modello di sviluppo, in cui la maggioranza del mondo non sia più costretta a subire le bizzarrie della ridotta minoranza di agiati, senza un modello di espansione non inflazionistica dei consumi, senza i nuovi meccanismi di equilibrio della società della comunicazione, non c’è soluzione, nonostante la buona volontà dei tecnici e il buon senso dei presidenti.

E occorre un nuovo modello di sviluppo perché il vecchio modello economico non produce più alcuno sviluppo. Questo è sempre stato il compito della politica.


NOTE

[1] M. CALVI, A.CECI, E.CECI, Stateless. Piattaforme Continentali di Nazionalità, Ibiskos, Empoli 2014
[2][2] Uno di quei singoli fenomeni che rendono intellegibile per intero l’essenza della complessa natura delle società. In M. MAUSS, Saggio sul dono. Forma emotivo dello scambio nelle società arcaiche, Einaudi, Torino 2002
[3] A. COLOMBO, Il govermo mondiale dell’emergenza. Dall’apoteosi della sicurezza all’epidemia della insicurezza, Raffaello Cortina Editore, Milano 2022
[4] A. CECI, Cosmogonie del potere, Ibiskos, Empoli 2011
[5] A. COLOMBO, La guerra in Ucraina e la disgregazione dell’ordine internazionale, in Teoria Politica, Annali XII, 2022, 29-46, https://journals.openedition.org/tp/2255?lang=en

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