EPISTEMICA DI RUSSELL - 1
pro Russell
filosofia politica ed epistemologia delle scienze sociali
Alessandro Ceci
"Io non sono nato felice. Da bambino il mio salmo preferito era: «Stanco della terra e carico dei miei peccati». A cinque anni, mi dissi che, se dovevo vivere fino ai settanta, avevo sopportato soltanto, fino a quel momento, la quattordicesima parte di tutta la mia vita, e, intravvedendo davanti a me il tedio che mi attendeva su di un cammino così lungo, lo giudicai insopportabile. Durante l'adolescenza, la vita mi era odiosa e pensavo al suicidio; ma questo mio proposito era tenuto a freno dal desiderio di approfondire la mia conoscenza della matematica."
Bertrand Russell[1]
Non so se la solitudine produca paura o, viceversa, sia la paura a indurre alla solitudine. So però che, se hai sentito morire tua madre a due anni e hai visto morire tuo padre a sei: anche se nasci aristocratico, con origini radicate nel XII secolo, con un albero genealogico fatto di conti e duchi, i Russell di Bedford; anche se provieni probabilmente da quel Giovanni Plantageneto, soprannominato Lack-land, «Senzaterra», per essere rimasto senza titoli e possedimenti in quanto ultimo figlio di Enrico II, arcigno personaggio che rivendico, per ultimo anche di questa negletta serie, la natura divina della monarchia e instauro un regime teocratico, ma che tuttavia fu costretto a firmare, poco prima di morire, il 15 giugno 1215 (morì il 216) la Magna Carta Libertatum; anche se la storia della tua famiglia ha poi recuperato credibilità con William Russell che diede la propria vita contro l’assolutismo dispotico di Giacomo II Stuard, in favore della monarchia elettiva, ricevendo il titolo nobiliare da Guglielmo III D’Orange; anche se tuo padre visconte di Amberley che aveva sposato una donna dello stesso rango, Katherine Louisa Stanley, figlia del II barone di Alderley, già ministro del commercio di Sua Maestà, ma con idee democratiche ed ampiamente liberali, addirittura radicali, come può esserlo soltanto chi può permettersi il lusso di non temere il potere; anche se sei stato cresciuto ed educato dai nonni parteni, noti, notissimi, essendo John Russell, oltre che I conte di Russell, anche e principalmente Primo Ministro del Regno Britannico, e Lady Frances Anna-Maria Elliot-Murray-Kynynmound, una influente nobildonna, sua seconda moglie più giovane di 23 anni, con il nipote Governatore Generale del Canada e Viceré dell’India; anche se hai frequentato, con una più che meritata (sebbene notevolmente raccomandata[2]) borsa di studio in matematica, il Trinity College di Cambridge; anche se hai tutto e più di questo, quella poltiglia acida di solitudine e paura la senti nella gola, maleodorante, sempre. E come chiunque altro, soffocato a ritmi irregolari dalla sensazione di paura e solitudine, di solitudine e paura, come chiunque altro di noi, hai bisogno di rigidi processi di razionalizzazione per sedare l’ansia. La matematica, così, è un comodo rifugio. Un rifugio affettuoso ed accogliente se ad insegnartela, passando per i rigidi teoremi della geometria, artificiali e talvolta artificiosi, talaltra artefatti, se a trasmetterteli è tuo fratello. Ci può stare. La matematica come rifugio è un compromesso accettabile.
D’altronde anche l’affiliazione del piccolo Bertrand fu il prodotto di una forzatura imposta dal puritanesimo inglese sulla liberalizzazione statunitense. I genitori di Bertrand, infatti, in aperto conflitto con i genitori, se erano trasferiti in America, scacciati dalla propria casa e dal Parlamento inglese per la facilità dei costumi, si erano impegnati in una serie di campagne per la liberazione della donna e per il controllo delle nascite. Di fronte alla loro possibilità di morire, lasciarono scritto che i loro figli fossero affidati ad alcuni amici inglesi con cui evidentemente condividevano stili di vita e scelte culturali, oltre che naturalmente politiche. Ma la legge non permise di accogliere il desiderio dei genitori e i due bambini furono trasferiti in Inghilterra, presso la tenuta di Pembroke Lodge, data in usufrutto dalla Regina Vittoria. Una transizione di habitat notevole, uno sradicamento e una induzione, una sorta di proletarizzazione cognitiva che radica definitivamente la poltiglia indigeribile di paura e solitudine.
Russell ne era perfettamente cosciente. Il celeberrimo prologo della sua autobiografia è una dichiarazione di una chiarezza inequivocabile. Si parla di "un profondo oceano di dolore" che conduce "fino all’orlo della disperazione". E se non fosse chiaro dichiara che l’estasi dell’amore, a cui "avrei sacrificato tutto il resto della mia vita per poche ore di una tale gioia", è ciò che "allevia la solitudine, la solitudine paurosa che induce l’io cosciente ad allacciarsi rabbrividendo sull’orlo del mondo per fissare lo sguardo nell'abisso freddo e senza fondo dove non c'è più vita."[3] Tutto il resto della sua biografia è infarcita di auto-descrizioni. Si raffigura come un ragazzo estraneo ed estraniato, in solitudine, alternativo al puritanesimo anglosassone trasmessogli dalla nonna e trasportato dalla trasgressività contro pensieri accomodati nella omologazione e protetti dal conformismo, in sintonia con il sentiment alternativo dei suoi genitori. Anche di questo Bertrand Russell prenderà coscienza, quando avrà conoscenza della filosofia John Stuart Mill, della sua vita altrettanto trasgressiva vita e della influenza che ebbe sui suoi genitori, specie relativamente al concetto di "libertà della volontà" e alla descrizione della lotta storicamente replicantesi tra libertà ed autorità[4].
Sarà stata la poltiglia di paura e solitudine la spinta, direi meglio l’impulso, verso così differenti ed ampi rifugi, dalla geometria alla aritmetica, dalla matematica alla logica, dalla logica alla linguistica, dalla linguistica alla filosofia, dalla filosofia alla politica, fino alla letteratura in cui ottenne il premio Nobel nel 1950?
Non so. Né sono in grado di poter sapere. Né, certamente, Russell ha bisogno di una orazione a suo favore di tanti di noi e tantomeno di me. Ma rispetto alla sua filosofia politica si; anche perché in troppi, anche recentemente, hanno fatto i censori di piccoli e poco significativi particolari, ignorando l’enormità di un pensiero globale.
Ultimamente, infatti, si è accusata la filosofia politica di Russell come una certa schizzofrenia, in cui si afferma prima una ipotesi e poi immediatamente il suo contrario: insomma, "uno scettico con nostalgia dell’assoluto."[5]
In realtà, faccio fatica a distinguere, nel libro di Gaetano Pecora, la contestazione alle ipotesi di Russell dalla voglia (non necessariamente dalla volontà) di denigrare il socialismo democratico e le ipotesi di autogestione. Mi sembra che la evidente, sebbene non dichiarata, esigenza di affermare la superiorità, almeno nella real politik, del paradigma liberale su quello socialista. Sembra che aver preso Russell nel mirino, sia una posizione strumentale, ma non è certamente di comodo. E non è certamente di comodo per un semplicissimo argomento, che Pecora non tratta assolutamente: il contributo di Bertrand Russell alla evoluzione della filosofia politica non è assolutamente la sua scelta di schieramento politico. Anche su questo, cioè sugli argomenti giustificativi dello schieramento politico di Russell, cioè del suo essere socialista, ci sarebbe molto da discutere. Non ne discuteremo, perché questo ci porterebbe dentro la meticolosa foresta di argomentazioni che proverebbero la dialettica del liberalismo e del socialismo. Resta il fatto che il libro di Pecora su Russell, indubbiamente scritto benissimo, spara su un obiettivo sbagliato e non minaccia per nulla la filosofia politica di Russell. Evidentemente per schierarsi lui ha bisogno di un nemico e quindi spara sullo schieramento degli altri. Questo esercizio balistico, però, interessa poco, perché è poco significativo rispetto al posizionamento di Russell nella storia del Pensiero Politico.
La macchina di Russell che ci trasporta lungo le strade della teoria politica si intitola «Il Potere»[6]. Scritto nel 1938, quando Hitler aveva terrorizzato le democrazie, solo 5 anni dopo la sua presa del potere, quando le libertà sembravano preda di impulsi oppressivi, in Italia, dove governava Mussolini, in Spagna, sotto il piede pesante della tirannide di Franco e in Russia, dove Stalin aveva inaugurato la prima esperienza storica del totalitarismo. Il mondo occidentale europeo era senza speranza e spaventato. Sembrava che non ci fosse domani. L’Europa era in prossimità della II guerra mondiale. Il crinale dell’orrore era percepito ma non ancora evidente. Il potere era lo Stato e lo Stato, nella rappresentazione personalistica del capo, era il potere. La politica era potenza istituzionale e la società era annullata dal controllo e dalla costrizione. Nel 1938, in quella situazione per noi oggi inimmaginabile, Russell aggiunge al titolo, chiaro ed evidente, una dichiarazione emblematica ed evidente: «una nuova analisi sociale». DI fronte alla espressione di maggiore chiusura istituzionale delle forme di governo, che esprimono la potenza del potere soltanto perfettamente identificata con l’architettura dello Stato, Russell propone una funzione acefala del potere, una costruzione sociologica sorretta dalla accezione scientifica delle scienze sociali.
Il motore di Russell che tuona con il suo inconfondibile rombo è una formula apparentemente banale:
P : S = E : F
e si legge: il potere (P) sta alle scienze sociali (S) come (=) l’energia (E) sta alla fisica (F).
Scrive Russell: "Il concetto fondamentale della scienza sociale è il potere, allo stesso modo che nella scienza fisica il concetto fondamentale è quello di energia"[7]
E poi: "Le leggi della dinamica sociale possono essere enunciate soltanto in termini di potere, non in termini di questa o quella forma di potere."[8]
Dopo duemiladuecentosessanta anni di Teoria Politica, da Aristotele (384 – 322 a.C.) a lui nel 1938, dopo duemiladuecentosessant’anni di pensiero quasi totalmente costruito attorno alla teoria delle forme (il governo di uno, di pochi, di molti), dopo duemiladuecentosessant’anni, Russell ha considerato il potere, non come una forma della supremazia, espressione di uno Stato di dominio e di forza dell’uno sull’altro, ma come azione. Hannah Arendt lo considererà, potere e politica, come relazione. La formula Russell, in un modo che solo Hannah Arendt riuscirà a fare compiutamente dopo, scorpora per la prima volta il potere dalle forme di governo, dalle sue stesse forme, paradigma che, da Aristotele in poi, aveva calamitato quasi per intero il pensiero politico. Il potere, da struttura dello Stato, da forma in un governo, diventa energia sociale. Il rombo di Bertrand Russell è questo. Il resto sono, appunto, facezie. Non aver ascoltato quel rombo, probabilmente non aver voluto ascoltare quel rombo, questa misurata sordità, non è una distrazione: è una colpa. Tanto più pesante quanto più si traduce in un deficit professionale. Infatti, «Il Potere» non viene sufficientemente analizzato dal libro di Pecora, proprio perché Lui stesso lo considera "un saggio che merita un posto d’onore nella produzione russelliana, accurato come è nella trama del ragionamento, scoppiettante nella forma, sennato in molti giudizi"[9]. In questo modo, lo scopo di "saggiare la tenuta dei raccordi interni del pensiero etico-politico di Russell[10] si perde negli ingranaggi e dimentica il motore. Si dirà: ma un motore è fatto di ingranaggi. Certo. Ma, pur con qualche ingranaggio balbettante, se il motore si accende raggiunge il suo obiettivo. Il punto è che, perdersi nel labirinto unto di ingranaggi di un motore spento e che mai si accenderà, significa oziare sulle meticolose ossessioni della ferraglia; mentre invece il rombo del motore etico-politico di Bertrand Russell, nonostante che qualche valvola non sia in sincronia (anche perché si tratta di un vecchio motore), tuona senza frastuono su tutta la teoria politica. Credo che l’obiettivo di Pecora, però, sia un obiettivo di marketing, cioè svendere, o addirittura screditare, sul mercato delle idee le scelte socialdemocratiche[11] di Russell. Tenta una delegittimazione della ideologia, oscura l’ideale e trascura il fondamentale apporto scientifico. Il conto che Russell deve pagare, secondo Pecora, riguarda la scelta socialista. Il resto non è conteggiato, anche se il resto è molto, ma molto, ma molto più ricco di quanto indicato sullo scontrino.
Da Russell in poi, dunque, il potere è diventato il fondamento della scienza sociale e non ha forma, anzi, come l’energia in fisica, è a morfologia variabile, è mutevole, cambia continuamente, un cambiamento costante che bisogna analizzare, individuandone le regole provvisorie, addirittura di leggi, per quanto queste leggi non siano mai assolute.
Come abbiamo detto, Russell considera la politica e il potere, come espressione di una azione, mentre Arendt la considera come relazione. È per questo che la conoscenza in generale e in particolare la conoscenza delle scienze sociali, l’utilizzo della ragione, nella duplice dimensione della razionalità e della ragionevolezza, è strumento assolutamente indispensabile. L’azione umana, secondo Russell, è spinta dagli impulsi, spinte unilaterali che solo la ragione, connotazione umana unica e connotativa, può contenere. In questo senso la scienza, il tentativo di approssimarsi sempre più alla oggettivazione della conoscenza, non è soltanto utile, è indispensabile.
Anche sulla teoria degli impulsi Russell è innovatore ante litteram. Qualcuno lo considera una forma inopportuna di psicologismo o, meglio, "una sorta di estensione dei metodi della psicologia scientifica allo studio del potere, delle sue forme e dei suoi mutamenti"[12]. Non mi sembra, perché i bisogni hanno una natura psicologica mentre gli impulsi sono il prerequisito di un comportamento politico.
Secondo Agnes Heller il primo a individuare la natura politica anche dei bisogni è stato Karl Marx. L’inizio del suo libro, prima della interpretazione, Agnes Heller riassume le scoperte economiche di Marx rispetto all’economia politica classica:
- La teoria del valore – lavoro;
- La teoria del plusvalore;
- La teoria del valore d’uso e del valore di scambio.
Secondo Agnes Heller queste fondamentali teorie di Marx "sono costruite tutte sul concetto di bisogno", giacché "La soddisfazione del bisogno è la conditio sine qua non per qualunque merce."[13] Non è un caso, dunque, che Marx dichiarasse: La "merce è […] una cosa che mediante le sue qualità soddisfa bisogni umani di un qualsiasi tipo"[14]. Questi bisogni hanno, per Marx, una loro storicità, hanno radici nella tradizione, nello status sociale, nel grado di cultura ed altri connotati storico-sociali. I bisogni provengono da un archetipo junghiano e si conformano nella dinamica capitalistica: "i bisogni della produzione di plusvalore e quindi di valorizzazione del capitale."[15] Se i valori sono quelli della società capitalistica, "l’operaio esiste per i bisogni di valorizzazione di valori esistenti"[16] e, dunque, finalizzati ad escludere "ogni diminuzione del grado di sfruttamento del lavoro o ogni aumento del prezzo del lavoro che siano tali da esporre a un serio pericolo la costante riproduzione del rapporto capitalistico e la sua riproduzione su scala sempre più allargata."[17] In altri termini l’operaio proletarizzato può avere soltanto "il 'bisogno' di valorizzazione del capitale"[18], che naturalmente non è il suo. Si tratta della banale e drammatica "riduzione del concetto di bisogno al bisogno economico"[19] e questa riduzione "è una espressione dell’estraniazione (capitalistica) dei bisogni"[20] che genera alienazione.
Senza entrare nel dettaglio dell’analisi marxista della struttura dei bisogni, possiamo concordare con Agnes Heller che Marx sia stato il primo a considerare politicamente il concetto di bisogno. Naturalmente, però, ciò non significa che "il concetto di 'bisogno' prima di Marx sia stato ignorato; anzi nell’economia politica classica questo è un concetto perfino decisivo"[21]. Significa piuttosto che Marx considera i bisogni «in una prospettiva ed in un contesto completamente diversi»[22]. Quel che a noi qui interessa è che "Le categorie marxiane di bisogno […] non sono nella loro generalità categorie economiche."[23] Sono "categorie extra-economiche e storico-filosofiche, cioè come categorie antropologiche di valore"[24], in quanto bisogni estraniati dal potere e quindi dal punto di vista politico quando[25], come dice Heller, "considera la riduzione dei bisogni “umani” a bisogni con contenuto sociale – sia pure di “natura” bio-psicologica – come un prodotto della società capitalistica."[26]
Questo paradigma storico-filosofico è lo stesso paradigma di Russell, la sua doppia osservazione – secondo Dal Pra – di cui si giova: "dell’osservazione sperimentale diretta e dell’osservazione attraverso la storia"[27]. Una tipica "sociologia russelliana"[28] fondata "sull’analisi di periodi storici determinati"[29], dalla cui tipicità "appunto sono desumibili quelle leggi del comportamento umano che costituiscono la scienza sociale"[30]. Leggi limitate naturalmente, spesso semplicistiche generalizzazioni, di cui Russell è perfettamente consapevole, che considera sintesi estreme ed estremizzate, ma che denotano una tendenza che permette di evincere una regola scientificamente oggettivabile. È come se fosse un riassunto rapido di ciò che è avvenuto per stabilizzare considerazioni indispensabili da cui riprendere il ragionamento esaminando i fatti. Possiamo forse presumere che Russell cercasse una particolare epistemologia delle scienze sociali, che utilizzava l’atteggiamento distaccato delle scienze fisiche, alla ricerca, non della oggettività, ma della oggettivazione, di un processo critico di conoscenza in cui non è possibile spersonalizzarsi perché, come poi opportunamente si dirà con la teoria della complessità, l’osservatore è all’interno dell’oggetto osservato e, con la sua stessa osservazione, ancor di più, con la sua stessa considerazione, lo cambia. Non siamo ancora alla scissione tra realtà e verità. Per Russell ciò che è vero è reale. I due concetti si identificano, ma, nella critica alla religione, ci avviciniamo molto.
In ogni caso, per Russell, ciò che orienta e, in qualche modo, governa il comportamento umano, non sono i bisogni, ma l’impulso, elemento tipico della ragione che "può essere studiato e lumeggiato da una considerazione razionale e scientifica che ne metta in luce le strutture concrete, che sottolinei le leggi"[31].
NOTE
[1] RUSSELL B., La conquista della felicità, Longanesi, Milano 1947, 16-17
[2] Entrò grazie ad una operazione amministrativa equivoca e sbilanciata di Whitehead che lo preferì ad altri candidati e che forse Russell ringraziò facendogli firmare il fondamentale (perché fonda l’insiemistica) testo Principia Mathematica.
[3] "Tre passioni, semplici ma irresistibili, hanno governato la mia vita: la sete d'amore, la ricerca della conoscenza e una struggente compassione per le sofferenze dell'umanità. Queste passioni, come forti venti, mi hanno sospinto qua e là secondo una rotta capricciosa, attraverso un profondo oceano di dolore che mi ha portato fino all'orlo della disperazione. Per prima cosa ho cercato l'AMORE, perché dà l'estasi, un'estasi così profonda che spesso avrei sacrificato tutto il resto della mia vita per poche ore di una tale gioia. L'ho ricercato anche perché allevia la solitudine, la solitudine paurosa che induce l'io cosciente ad allacciarsi rabbrividendo sull'orlo del mondo per fissare lo sguardo nell'abisso freddo e senza fondo dove non c'è più vita. L'ho cercato infine perché nell'unione dell'amore ho visto prefigurato, quasi in mistica miniatura, il paradiso che santi e poeti hanno immaginato. Questo e ciò che io ho cercato e benché possa sembrare cosa troppo buona per una vita umana, questo è ciò che infine ho trovato. Con uguale passione ho cercato la CONOSCENZA. Ho desiderato conoscere il cuore dell'uomo. Ho voluto sapere perché le stelle brillano. Mi sono sforzato di rendermi conto della potenza, già intuita da Pitagora, che assicura al numero il dominio sopra il fluire delle cose. In parte, in piccola parte, vi sono riuscito. L'amore e la conoscenza, nella misura in cui sono stati possibili, conducevano su verso il cielo. Ma la COMPASSIONE mi ha sempre riportato sulla terra. Gli echi di grida di dolore risuonano nel mio cuore. Bambini che muoiono di fame, vittime torturate dagli oppressori, vecchi indifesi considerati dai figli un peso insopportabile, e tutto quel mondo di solitudine, povertà e dolore trasformano in beffa ciò che la vita dell'uomo dovrebbe essere. Provo lo struggimento del non poter alleviare questi dolori, e anch'io ne soffro. Questa è stata la mia vita. Trovo che sia valsa la pena di viverla, e la rivivrei con gioia se me ne fosse offerta la possibilità." RUSSELL B., L’autobiografia di Bertrand Russell, Longanesi, Milano 1969
[4] MILL S. J., Saggi sulla libertà, Il Saggiatore, Milano 1999 [5] PECORA G., Bertrand Russell. Tra liberalismo e socialismo., Donzelli Editore, Roma 2024
[6] RUSSELL B., Il Potere – una nuova analisi sociale, Feltrinelli, Milano 1967
[7] RUSSELL B., cit. 1967
[8] RUSSELL B., cit. 1967
[9] PECORA G., cit. 2024, 184 - 185
[10] PECORA G., cit. 2024, 167
[11] Scrive Pecora «il socialismo porta il segno di una prevaricazione». PECORA G., cit. 2024, 220
[12] DAL PRA M., Introduzione, in RUSSELL B., cit. 1970.
[13] La coppia “bisogni naturali-bisogni di lusso” appare solo nei Grundrisse, dove Marx, come abbiamo visto, non distingue ancora i primi dai “bisogni necessari”. HELLER A., La teoria dei bisogni in Marx, Mimesis, Milano 2021
[14] MARX K., Il capitale, Editori Riuniti, libro I (2), Roma 1972, 279. [15] HELLER A., cit. 2021
[16] HELLER A., cit. 2021
[17] HELLER A., cit. 2021
[18] HELLER A., cit. 2021
[19] HELLER A., cit. 2021
[20] HELLER A., cit. 2021
[21] HELLER A., cit. 2021
[22] HELLER A., cit. 2021
[23] HELLER A., cit. 2021
[24] HELLER A., cit. 2021
[25] Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 scrive Marx: “[…] l’uomo produce anche libero dal bisogno fisico, e produce veramente soltanto quando è libero da esso”. MARX K., Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., 123.
[26] HELLER A., cit. 2021 [27] DAL PRA M., cit. 1970.
[28] DAL PRA M., cit. 1970.
[29] DAL PRA M., cit. 1970.
[30] DAL PRA M., cit. 1970.
[31] DAL PRA M., cit. 1970.
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