EPISTEMICA DEL PREGIUDIZIO: INCORPORAZIONE





il potere del pregiudizio nella società della comunicazione



novembre duemilaventicinque

Alessandro Ceci

relazione



INDICE

Premessa

Pensiero disincarnato e decervellamento

Nullificazione del posizionamento: estranei e stranieri

Contro il pregiudizio: la competenza logica

Il principio antropico

Belgrado

Il potere del pregiudizio: incorporazione

Realtà e verità

Scenari di verità

Un progetto di didattico

Ricostruzione della polis

Lo stupro: un caso estremo di sopraffazione del potere

Restituzione della democrazia

Conclusione





Premessa

Le nostre verità non valgono a niente, sono paglia, come disse Tommaso D’Aquino a Napoli, rivolto a Fra’ Reginaldo, prima di partite per Lione, prima di affrontare il fatidico viaggio della sua morte. Sono paglia pronta a bruciare rapidamente, a diventare inutile cenere.

E questa mia verità, che come le altre non vale a niente, serve tuttavia a difendersi dal pregiudizio: giacché ogni verità in fondo è un pregiudizio.

Come facciamo a parlare, noi, se le nostre verità non valgono niente, se le nostre asserzioni sono insignificanti, se siamo soffocati dai pregiudizi?

Ogni giorno, ogni ora, sempre, quando parliamo trasformiamo asserzioni apodittiche in concetti discutibili. Lo facciamo in vari modi: qualcuno lo fa contestando, cioè falsificando criticamente, avrebbe spiegato Popper; qualcun altro lo fa condividendo, cioè aderendo ad un paradigma e alla sua affermazione, avrebbe detto Kuhn; altri evidenziando una anomalia o sperimentando empiricamente la validità di un’asserzione, secondo Russell; altri ancora estendendo i concetti ai diversi campi del sapere, come faceva Prigogine; altri infine integrando concetti con diversi significati per allargare e mescolare orizzonti, come avrebbe sostenuto Gadamer.

Devo dire che, nonostante abbia una attrazione per il concetto di orizzonte che si estende costantemente allo sguardo, considero tutti questi approcci l’espressione più evidente di ciò che Husserl definiva «la crisi delle scienze europee»[1], a causa della loro incapacità di essere «nelle cose stesse», dentro la lebenswelt, dentro il «mondo della vita» che è molto più ricco di questi pregiudizi teorici su cui ci attardiamo: «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia»[2].

Le scienze sociali ci permettono di concepire questa complessità del mondo della vita, se ci liberiamo dei paraocchi che ostruiscono e indirizzano i nostri sguardi.

Tutti, tutti continuamente trasformiamo pregiudizi in giudizi. E per farlo abbiamo bisogno indispensabile di una competenza logica, anche se spesso ignoriamo di averla.

Nullificazione del posizionamento: estranei e stranieri

Il primo punto è quello della interazione.
Il posizionamento di un oggetto o di un soggetto è la sua correlazione con l’habitat.
Il pregiudizio induce la illusione di una conoscenza disincarnata[3].
Disincarnato significa che il pregiudizio «parla di una realtà senza esserne esso stesso il concreto sapere di qualcuno, senza esserne una concreta informazione di una parte di un mondo su un’altra. Senza esserne parte della realtà»[4].

Il secondo punto è quello della nullificazione

Il pregiudizio nullifica ogni interazione e dunque ogni cognizione.
Il pregiudizio è una forma di allentamento del pensiero (Lacherung des denkens) come disse Max Born alla conferenza di Lindau[5] nel 1978.

Contro il pregiudizio: la competenza logica

L’altra sera, a cena con colleghi che sono anche amici, mi sono dichiarato decisamente contrario ad un governo platonico di filosofi, di esperti, di tecnici, perfino di scienziati. Che ci sia qualcuno che sappia ed altri che non sanno, anche questo è un pregiudizio.

L’Italia è l’unica democrazia al mondo che ha eletto per cinque o sei volte dei tecnici al governo e non è che abbia risolto i suoi problemi. Tutt’altro. Anzi, forse proprio per questo, l’Italia è meno democratica di tutte. Temo il rischio di una epistemocrazia, come l’ha definita Donatella Di Cesare: «questa nuova variante dello scientismo, potrebbe essere più pericolosa perfino della propaganda. Se si seguisse sino in fondo questa idea la politica verrebbe annullata. Perché l’epistemocrazia implica che ci siano sempre risposte giuste alle questioni politiche, ossia che la politica possa essere misurata e decisa secondo la logica scientifica del vero e del falso»[6]. Pertanto, «se da un lato è necessario riconoscere il valore della competenza di tutti i cittadini, dall’altro occorre essere consapevoli del pericolo rappresentato dall’epistemocrazia»[7].

Le nostre verità non valgono nulla e il pregiudizio è ineliminabile. Può essere superato però, abrogato o trasformato in giudizio, con una competenza logica. La funzione fondamentale e fondamentalmente democratica dell’educazione è proprio nel trasferimento di questa indispensabile competenza logica.

Una logica qualsiasi?

No, naturalmente.

Per superare il pregiudizio è indispensabile una ermeneutica, con una logica dei fini e dei significati, che è l’essenza della politica.

Con alcuni esempi posso essere più chiaro.

Se, sulla base del pregiudizio della minaccia etnica, costruisco un lager in Albania dove rinchiudere esseri umani classificati strumentalmente come immigrati irregolare (partendo dall’assurdo che l’irregolarità faccia perdere l’umanità) non interessa nulla se funziona o no, se costa o no; con l’ermeneutica, la logica dei fini mi interessa piuttosto che il rifiuto dell’altro sia una tattica di autoaffermazione, con la logica dei significati interessa che quello sia un vulnus storico all’umanità, fatto di prigionia e campi di concentramento che imprigionano corpi rifiutati.

Non interessa se l’assassinio di 70 o 100 mila persone sia tecnicamente definibile genocidio o no. Con la logica dei fini interessa che il furto del territorio venga compiuto con l’assassinio; che la vendetta venga utilizzata come giustificazione dello sterminio. Con la logica dei significati interessa che l’appropriazione e la conquista di un pezzo di terra, sulla base di un pregiudizio religioso, sia più importante della vita dei suoi abitanti.

L’ermeneutica politica, questo tipo di logica, dei fini e dei significati, è giudicabile da tutti, a meno che non si utilizzi il pregiudizio per deresponsabilizzarsi: per rifiutare di assumere su di sé il peso del concetto, come diceva Hegel; per chiudere gli occhi e tranquillizzarsi nella propria indifferenza.

Vedete, possiamo dividere per comodità la filosofia in tre grandi aree: l’epistemologia, che riguarda i significati della scienza; l’ermeneutica, che riguarda la scienza dei significati; e la logica con le sue 4 dimensioni note, che riguarda tutto perché è il criterio di decodificazione dell’uno e dell’altro.


Il pregiudizio annulla tutto questo.

Fin dall’inizio, però, fin da ora, facciamo una scelta pregiudiziale di campo. Dichiariamo che il nostro compito è ripristinare, sempre, queste separtizioni gnoseologiche, queste grandi aree della conoscenza, con un processo educativo, con un progetto comunicativo onnicomprensivo di nuovo tipo.

Non possiamo permettere che il pregiudizio scientifico trasformi la nostra società in una epistemocrazia. Non possiamo permettere che un pregiudizio filosofico trasformi la nostra società in una ermeneuticocrazia. Giovanni Sartori, in un libro[8] per me essenziale di qualche anno fa, ha distinto, nella logica, la razionalità epistemologica dalla ragionevolezza ermeneutica.

La logica dei fini e dei significati è ragionevolezza.

Le scienze sociali devono essere ragionevoli.

La politica democratica è ragionevolezza.

Il pregiudizio si supera con la ragionevolezza.

Con la ragionevolezza possiamo trasformare il pregiudizio in giudizio, e lo possiamo fare tutti. Se non ci rifiutiamo, se lasciamo al pregiudizio il suo potere, è per nostra responsabilità.

D’altronde, lo abbiamo sempre fatto e questa ragionevolezza della logica dei fini e dei significati è stata la più forte e radicata connotazione della nostra fitness evolutiva.


Capitale semantico

Il potere nella società della comunicazione consiste nell’indurre bias di conferma.

Nel 1947 Victor Klemperer scrive un libro sul linguaggio nazista, sulle modalità di espressione del Terzo Reich[9]. La sua vita, riportata nelle sue memorie[10], fu travolta, come per tutti gli ebrei, da Hitler e dalle sue ossessioni razziali; ma salvò la pelle, grazie alla moglie Eva, perfettamente ariana. Tuttavia, fu licenziato dall’università e attraversò interamente la strada di estraneazione e povertà a cui erano indotti gli ebrei. Forse trovò un minimo di accoglienza nello scrivere contemporaneamente due libri: uno sulla sua vita e l’altro, che interessa a noi ora, sulla mentalizzazione della collettività tramite manipolazioni del linguaggio. Studiò gli effetti della propaganda nazista sulla lingua tedesca. Il suo lavoro fu pubblicato 2 anni prima del romanzo di Orwell “1984”, ma entrambi, forse senza sapere nulla l’uno dell’altro, giunsero agli stessi risultati. In sostanza, scrive Milena Santerini, «le democrazie si fondano sulla conversazione e sull’etica del discorso (Dewey, Habermas), mentre i regimi totalitari mirano a conquistare l’egemonia dei codici linguistici»[11]. La tecnica conformante del potere si esercita costruendo parole iconografiche, crasi del linguaggio pregiudizievoli che svuotano di significato il termine. Orwell racconta che il concetto di Socialismo Inglese era diventato Socing ed indicava tutt’altro regime che non aveva nulla a che vedere né con il Socialismo né con l’Inghilterra. Che regime indicasse non si sa. Era un termine vuoto, utile all’occorrenza, modificabile per qualsiasi necessità. Lo stesso era accaduto in Germania, in cui Nazional Socialismo era diventato Nazismo e non significava più né l’uno e né l’altro. La sua potenza era interamente nel fatto che non significasse nulla. Così, quasi in un gioco ironico, Klemperer chiama LTI (Lingua Tertii Imperii) la lingua del Terzo Reich.

Possiamo parlare di mentalizzazione perché non è soltanto la riduzione delle parole e il loro svuotamento di significato la tattica utilizzata dal potere totalitario. Klemperer mostra come questa operazione sia riferita alla espressività complessiva dei regimi tirannici, come il fascismo, e totalitari, come il nazismo. Una espressività interamente su sintesi pregiudiziali che, nello studio de Klemperer si esercita su tre elementi principali: le crasi, le parole composte[12] e i simboli[13]. Una operazione di mentalizzazione che si estende a una serie complessiva di media e di prodotti culturali: manifesti, film, cinegiornali, dischi, trasmissioni radiofoniche, l’architettura degli edifici. Esiste, insomma, una semiotica dei regimi che riguarda tutti i regimi, democrazia inclusa. La differenza sta nel fatto che, mentre nei regimi tirannici o totalitari, questa semiotica è costruita sulla iconografia del pregiudizio che svuota di significati, nella democrazia la semiotica si autoproduce tramite la decostruzione critica del messaggio. Siamo qui, scriviamo, discutiamo, parliamo. Le nostre stanze si riempiono di significati che le cascate di note di un adagio di Mozart e ciascuno può rafforzare il proprio pensiero prendendo ciò che più gli serve e ciò che più gli aggrada. Il pregiudizio nullifica tutto questo con una battuta apodittica e assoluta. A noi spetta di pregiudicare il pregiudizio.




Il principio antropico

Come dicevo, questa competenza logica che trasforma il pregiudizio in giudizio, è stata il grande potere dell’umano nella sua fitness evolutiva, quel che lo ha distinto notevolmente da tutti gli altri viventi noti.

Negli ultimi anni un corpus di idee rispetto alla nostra esistenza denominato “principio antropico” sostiene, al contrario del paradigma comune, che «la nostra posizione nell’universo è necessariamente privilegiata nella misura in cui deve essere compatibile con la nostra esistenza come osservatori»[14]. Significa che il nostro privilegio di umani è quello di essere evoluti in funzione del nostro posizionamento e formati dall’habitat in cui siamo cresciuti, cioè «Le proprietà fondamentali dell’universo, incluse le caratteristiche quali forma, dimensioni, età e leggi evolutive, devono risultare, all’osservazione, tali da permettere l’evoluzione degli osservatori»[15]. Quindi, il nostro habitat, cioè Le proprietà fondamentali dell’universo, quando le studiamo, cioè all’osservazione, devono poter giustificare l’essenza della nostra esistenza, cioè l’evoluzione degli osservatori. Noi siamo come siamo perché l’habitat lo ha permesso e siamo diversi dagli altri viventi perché abbiamo imparato, con l’osservazione a conoscere la conoscenza, perché abbiamo una indiscutibile ed unica competenza logica.



Oggi, questa competenza logica è il problema politico fondamentale della democrazia nella società della comunicazione: perché senza una competenza logica quotidiana non distinguiamo più la verità dalla realtà e il potere ci costringe a vivere e a convivere in scenari precostituiti, predefiniti, precodificati e appunto pregiudiziali per esercitare il suo definitivo dominio cognitivo. Carlo Rovelli, nel suo ultimo libro di riorientamento culturale e scientifico, lo dice con chiarezza: «Oggi, la rivoluzione scientifica in corso è altrettanto dirompente. Ma credo che la piena portata filosofica non sia ancora digerita»[16]. La competenza logica è indispensabile per sopravvivere: «Le peculiarità della superficie del nostro pianeta ci portano a pregiudizi che ci rendono difficile comprendere il vasto mondo»[17].

Trasformare i nostri pregiudizi, con una competenza logica, per comprendere il vasto, multiforme e il multidimensionale mondo, questo è il compito della educazione, questo è il nostro compito, direi, la soluzione democratica nella società della comunicazione.

Belgrado

A Belgrado, nel giugno 2018, credo il 10 giugno del 2018, il giorno del rifiuto di accettazione della nave Acquarius, mentre passeggiavo, lungo il viale pedonale della città che porta alla fortezza, tra i giovani di Belgrado che sostituivano una generazione dissolta in guerra, morta per una rivalsa ed una rivendicazione, nel giugno 2018, lungo il viale pedonale che porta alla fortezza, che, a sua volta, domina la confluenza tra due fiumi, a Belgrado, io pensavo, dopo essermi arrivata la notizia del rigetto di immigrati, mentre si stava facendo rimbalzare nei porti italiani la nave Acquarius, nel giugno 2018, credo il 10 giugno del 2018, quel giorno sotto il tenue sole di Belgrado, ricordo ancora perfettamente che pensavo che quel rifiuto fosse soltanto un mero pregiudizio.

Ero, nel frattempo, arrivato alla fortezza e guardavo dall’alto la confluenza, il punto di congiunzione tra il Danubio e il Sava, due fiumi che si lambiscono, che si incontrano ma non si scontrano mai. Erano il simbolo naturale della mescolanza. Eppure, ancora, nel giugno 2018, in Italia, invece, la nave Acquarius dovette tornare indietro, scacciata perché ricolma di disperati, la cui presenza non avrebbe cambiato nulla del complesso problema relativo alla immigrazione. Furono scacciati per corrispondere alla violenza particolareggiata dei toni elettorali. La loro presenza era ininfluente, ma bisognava cambiare l’immagine politica e culturale dell’Italia. Dunque, nel giugno 2018, credo il 10 giugno del 2018, non c’era un problema reale per il loro approdo nei porti italiani, ma c’era un problema politico. Se non si fossero tenuti alti i toni, l’immagine di qualche partito sarebbe stata discussa. Bisognava votare e qualcuno, dal Governo, aveva urgente bisogno di mostrarsi, di offrire all’elettorato una immagine auto-definita. Serviva un pregiudizio.

Io ero a Belgrado, però, il giugno 2018, e stavo per ri-attraversare il lungo viale pedonale della città che, in senso inverso, allontana dalla fortezza, di nuovo tra tanti giovani che passeggiavano ed una città che li accoglieva, nelle loro varie etnie, con convivialità, dopo un enorme dramma storico che aveva polverizzato una intera generazione. In quel preciso momento ero perfettamente cosciente, quando lo vedevo per strada o dentro le aule universitarie, che questo popolo serbo aveva vissuto quasi la stessa storia che abbiamo vissuto noi. E alla fine, forse come noi, si sarebbe difeso con la propria exofobia, con la «paura di ciò che è fuori»[18], dall’altro. Una guerra condotta da una tirannia in cui le pratiche di pulizia etnica e di purificazione della razza erano corrispondenti alla nostra esaltazione della italianità e alle pratiche di epurazione del diverso inquinante, forse sarebbero rimaste in noi e in loro, trasformate in archetipo, se non fosse intervenuto un preciso progetto didattico, una educazione che ricomincia sempre da capo e che non è mai una rieducazione. Forse per questo io, nel giugno del 2018, ero lì, a Belgrado, sotto un sole tenue, a passeggiare lungo il viale pedonale, in attesa della mia aula universitaria. In quel preciso momento, però, in quei giorni, loro lo sapevano, lungo le strade della città o nelle aule, sapevano allora che l’accoglienza è l’elemento principale del mondo multietnico del futuro e questo rifiuto pervicace, minoritario e stupido è, come sempre, un modo di rinunciare alla democrazia nella società della comunicazione. Forse lo sapevano. O forse no, perché, mutatis mutandis, ciò che è successo a noi è successo anche ad altri a dire il vero, minoranze politiche che hanno impregnato di immagini la cognizione di maggioranze che non li hanno votati. Probabilmente sarebbe successo anche a questo popolo serbo in rinascita, che il potere politico si sarebbe dotato di un linguaggio o di un atteggiamento violento e di odio. Serve il pregiudizio per annullare il proprio anonimato. Funziona così. È la legge dei grandi numeri, in cui argomenti medi ripetuti con ossessiva costanza fanno emergere una sequenza di discussioni insignificanti che trasformano gli argomenti in slogan e si traducano in consenso politico acritico. Questo pensavo a Belgrado, forse il 10 giugno del 2018, quando in Italia rimbalzava per rifiuto politico, la nave Acquarius, carica di disperati, che servivano a mostrare come i deboli hanno bisogno di muscoli di pregiudizio per imporsi e inveire contro i forti che sanno rischiare l’oscuro mare per sopravvivere. Era nel giugno 2018, a Belgrado, e solo allora, all’imbrunire, mentre tornavo nell’appartamento che l’Università aveva riservato per me, italiano umiliato dal rifiuto di accoglienza, portatore di una eleganza, di una eloquenza ricercata e ammirata, mentre tornavo a casa, con il capo chino di chi si sente tradito nella sua storia e nella sua cultura, allora ho davvero capito, che quello era il potere del pregiudizio: non il potere che utilizza come al solito il pregiudizio per controllare le menti e indirizzare le azioni. Era il potere che serviva ai deboli per affermarsi contro i forti che non hanno bisogno di affermarsi ma sanno affrontarsi. Il pregiudizio è il potere di chi comanda, dei deboli che per essere hanno bisogno di avere, per controllare e piegare i forti che non hanno bisogno di alcun potere, che sanno affrontare i rischi per la propria vita, che non hanno bisogno di avere nulla per essere tutto. Il pregiudizio è una nuova forma di potere: imporsi sui canali comunicativi per diventare la cognizione dominante. Non è più il pregiudizio uno strumento del potere, ma il potere uno strumento per l’affermazione del pregiudizio. Questo ho capito quel giorno, a Belgrado, mentre camminavo in silenzio.


Tornato nell’appartamento che l’università, in un certo periodo dell’anno, riservava per me, sono andato a riprendere una affermazione che Gianni Vattimo aveva posizionato come apertura del suo ultimo libro di allora: «In un mondo in cui il controllo sulle vite dei cittadini e le politiche di sicurezza sono sempre più oppressive, sembra infatti che le verità della metafisica tradizionale siano ciò di cui non si ha più necessità»[19].

Eccolo il potere autoreferenziale del pregiudizio: sempre più oppressivo rispetto a che? Rispetto a chi? Rispetto al passato? Che cosa vuol dire che le politiche di sicurezza sono sempre più oppressive oggi rispetto al Medio Evo, alla vita politica durante il fascismo, durante il nazismo, durante il comunismo? Politiche di sicurezza sempre più oppressive rispetto alla teocrazia, alla tirannide o al totalitarismo?

L’affermazione è decisamente incomprensibile e neanche certa: nel mondo intero, nemmeno solamente in occidente e certamente anche in occidente – se non principalmente in occidente – il cittadino sarebbe sottoposto ad un controllo della propria vita sempre maggiore rispetto a un prima indefinito, con politiche di sicurezza che giorno dopo giorno, oggi verso il futuro – se le cose resteranno così – sono sempre più oppressive.

Naturalmente questa non è la realtà.

È soltanto una interpretazione, una verità, la verità dell’ideologo militante Gianni Vattimo. Il potere del pregiudizio è una verità ideologico-militante, uno scenario di verità che non corrisponde alla realtà. Il potere del pregiudizio è autoreferenziale, cioè coerente con sé stesso, perché rifiuta “il principio di realtà” in quanto ritenuto un principio di conservazione dello status quo e dunque non una verità-azione in grado di cambiare o addirittura rivoluzionare il mondo. «Il mondo di domani a cui guarda, aspira, l’ermeneutica è un mondo dove le cogenze “oggettive”, il “principio di realtà” - che ormai si identifica sempre di più con le leggi del capitalismo finanziario – dovrà sempre più confrontarsi con l’ampliarsi del mondo del dialogo, della verità-evento, della progressiva simbolizzazione che, mettendo in secondo piano gli oggetti per farne dei termini di comunicazione tra soggetti, ridurrà anche sempre più la violenza dell’immediatezza.»[20] Questo è il pensiero di Vattimo, che considero un coacervo di pregiudizi incerti e, per questo, la legittimazione filosofica di ogni totalitarismo.

Che l’ermeneutica, cioè la capacità di interpretare le cose, sia in condizione di determinare un mondo di cogenze “oggettive”, è un pregiudizio.

Che il principio di realtà si identifichi sempre più con il capitalismo finanziario, è un pregiudizio.

Come è un pregiudizio contraddittorio considerare l’esistenza di un principio di realtà imposto che in quel caso sarebbe una interpretazione, cioè ancora una ermeneutica.

Che l’ermeneutica sappia confrontarsi con l’ampliarsi con il mondo del dialogo, è un pregiudizio.

Che si possano mettere in secondo piano gli oggetti, facendone solo termini del linguaggio tra parlanti, è un pregiudizio.

È un pregiudizio perfino che esista una violenza della immediatezza.

D’altronde, ogni interpretazione, ogni ermeneutica, senza una falsificazione critica, è, per definizione, sempre e comunque un pregiudizio.


Il potere del pregiudizio: incorporazione

I nostri pregiudizi, quelli che Bertrand Russell chiama «credenze»[21], sono l’incorporazione o incarnazione dei nostri desideri e spesso delle nostre speranze: «La grande massa delle condizioni sulle quali si fonda la nostra vita di tutti i giorni, non è altro che l’incarnazione del desiderio, corretto qua e là, in punti isolati, dal brusco urto con la realtà»[22].

Noi vivremmo, dunque, quotidianamente «nella beata sonnolenza della immaginazione»[23] e talvolta impattiamo traumaticamente con «qualche elemento particolarmente indiscreto del mondo esterno»[24].

Russell crede di poter dimostrare «l’origine non razionale delle nostre convinzioni» seguendo tre vie principali:

1. La via psicoanalitica che spiega le piccolissime differenze tra la malattia mentale e la normalità;

2. La via della filosofia scettica, che mostra la fragilità e la provvisorietà della argomentazione razionale;

3. La via della comune osservazione degli uomini, circondati «da una nube di confortanti convenzioni»[25] che si muovono con noi «come i nugoli di mosche in una notte d’estate»[26] e che alla fine guidano con tenacia tutte le nostre azioni più immediate, istintive, abitudinarie, automatiche e, quindi, più importanti.


L’incorporazione estingue automaticamente gli enti incorporati, estingue ogni riferimento ai suoi componenti.

In termini di comunicazione e di linguaggio il miglior esempio di incorporazione è stato scritto da George Orwell nel noto libro “1984”. Orwell aveva 45 anni e non era Orwell. Quel nome è uno pseudonimo di Eric Blair, nato in India il 25 giugno 1903. In Inghilterra aveva studiato ed aveva utilizzato quello pseudonimo forse perché aveva lavorato per 5 anni nella polizia imperiale indiana in Birmania, o forse perché non voleva che qualcuno dei suoi creditori bloccasse i redditi dei suoi libri, o forse perché non voleva inquinare la sua arte con la sua povertà.

Chissà!

Certo è che, come molti artisti, cercò di sostenere la scrittura con i più disparati lavori tra Parigi e Londra e concluse la disperata carriera letteraria con il geniale capolavoro della sua vita. Vuol dire che Orwell, come quasi tutti i grandi intellettuali del mondo, ha raccolto la sua genialità dal dolore della vita.

In ogni caso, nel 1948, pubblicato poi il 6 giugno del 1949, Orwell scrisse il suo ultimo libro che intitolò invertendo le date. Il 48 diventa 84. Il 48 è un numero emblematico perché un secolo prima, nel 1848, Marx ed Engels avevano pubblicato il Manifesto del Partito Comunista.

Orwell immagina che a Londra si instaura un regime dispotico, controllato dal partito del Socialismo Inglese. La sua denominazione è una crasi[27]: Socing la cui regola di adesione è accettare fideisticamente un pregiudizio secondo cui «La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L'ignoranza è forza.»

Come funziona il potere della incorporazione?

Sebbene generato dalla filosofia politica del socialismo attuato nella nazione inglese, Socing non significa più né Socialismo né Inglese. Socing ha incorporato i due termini concettuali ed è diventato tutt’altra cosa, ha assunto una sua autonoma dimensione, totalmente differente, talvolta addirittura opposta, come un figlio che incorpora i genitori da cui è nato, ma è in sé una entità totalmente differenziata e diversa, giacché, come diceva Derrida, «chiunque altro è tutt’altro». Il pregiudizio controlla ogni espressione, ogni pensiero, ogni azione dei cittadini dell’intero continente di Oceania. Sulla base del pregiudizio si cancella la memoria e si inceneriscono i documenti da un potere, quello del Grande Fratello, che non si vede mai, che non compare mai, che viene interpretato da fantomatici rappresentati, una entità immateriale onnisciente, onnipresente che potrebbe facilmente essere interpretato come Opinione Pubblica.

Orwell è stato uno dei primi autori della mia vita, di cui ho letto, credo quasi tutto. 1984, però, è un romanzo che resta stampato in mente e non si sposta più, perché molte dinamiche della vita quotidiana che noi abbiamo vissuto e viviamo talvolta sono simili, talvolta sono identiche. L’elemento geniale dell’opera, tuttavia, non è stato quasi mai analizzato, evidenziato e, come meriterebbe, enfatizzato.


Che cosa viene incorporato, davvero?

Due denominazioni? Diverse concettualizzazioni? Distinte argomentazioni?

Orwell descrive precisamente il processo di incorporazione della realtà degli eventi nella verità interpretativa del Grande Fratello; e poiché questo potere è immateriale e invisibile, questa incorporazione può avvenire con dei pregiudizi addirittura paradossali: 3, la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza.
Orwell, in altri termini, è stato uno degli autori che meglio e più ha mostrato la distinzione tra verità e realtà.

In un bellissimo libro intitolato “Gödel, Escher, Bach. Un'eterna ghirlanda brillante[28], Douglas Hofstadter, volendo dimostrare il concetto di cornice narrativa in cui la storia principale contiene un’altra storia, narra di un autore che scrive un racconto di un autore che scrive un racconto.
Gli autori sono 3, i due che scrivono e Hofstadter che scrive di loro.
Le verità sono 3, le storie che vengono raccontate.
La realtà è una sola: lui, Douglas Hofstadter.
La verità è una narrazione.

La realtà è una situazione.

Karl Popper[29], perfettamente cosciente di questa differenza parla sempre di verosimiglianza: avere un valore informativo in termini epistemologici significa fare in modo che le proprie verità siano più vicine possibili alla realtà, siano cioè verosimili. Se il problema più importante della democrazia della comunicazione è mantenere una possibilità di falsificazione critica delle ragioni contendenti la distinzione tra verità e realtà diventa fondamentale. La verità non deve essere mai scissa dalla realtà e viceversa. Verità e realtà, per essere in qualche modo oggettivabili, devono mantenere almeno una relazione simbiotica, cioè in qualche punto devono essere in simbiosi l’una con l’altra. La separazione totale tra verità e realtà è un rischio fondamentale per la democrazia e per il vivere civile. La scissione simbiotica tra verità e realtà è un rischio concreto per la civiltà contemporanea e una minaccia concreta per il potere. Orwell aveva perfettamente intuito che questa scissione sarebbe stata un rischio per tutti, anche per il potere e allora ha ipotizzato che la verità, non avrebbe negato la realtà se non fosse stata conveniente, l’avrebbe semplicemente incorporata. Non sapeva come sarebbe avvenuto tutto questo e ha immaginato un comodo bruciatore di documenti storici in modo da non poter provare l‘avvenuto e di cancellarlo. Orwell ignorava internet. In internet non si cancella nulla. Le cose, le informazioni le immagini, possono sempre tornare, selezionate da questa infosfera, occultate dal surplus delle informazioni, da quella che ho chiamato la «sindrome di Shannon»[30], il mitico ingegnere informatico che ha inventato il bit come unità di contenimento di base delle informazioni. Noi conosciamo internet. Sappiamo che le informazioni non possono essere cancellate. Restano. Resistono.


Da allora il mondo contemporaneo si è mostrato molto più sofisticato della fervida immaginazione letteraria di Orwell. La società della comunicazione ha utilizzato il pregiudizio, lo ha tolto dalla sua funzione storica, e lo ha trasformato in strumento di potere.

Il potere della società della comunicazione consiste nella incorporazione della verità e della realtà.

Il pregiudizio incorpora la realtà nella verità.

Il giudizio incorpora la verità nella realtà.

Questo è il problema fondamentale della democrazia nella società della comunicazione, credo io.




Realtà e Verità

Per comprendere i rischi profondi della democrazia contemporanea dobbiamo capire bene il problema della simbiosi tra verità e realtà. È un tema irrisolto e, per certi versi, nemmeno discusso.

In controtendenza e per dipanare una confusione nei linguaggi e nelle cognizioni sociali e scientifiche, qualche tempo fa si è tenuto all’università di Bologna un workshop dal titolo “Truth and facts in the humanities and in the sciences”.

Non esiste il temine realtà. Esiste soltanto il rapporto dialettico tra verità e fatti; e questo perché, mentre la verità è stata considerata “un problema”, la realtà è stata considerata come “il luogo dei fatti”, cioè che oggettivamente avviene, della fenomenologia dell’esistente. Nella società della comunicazione, in un’epoca di fake news e di scenari costruiti dalla intelligenza artificiale, la verità è soltanto una rappresentazione che può o non essere in simbiosi con la realtà.


Il pregiudizio ha la funzione di scollegare le percezioni dai fatti e quindi esercita il potere di modificare la realtà. E, questa è la sua forza, anche se le proposizioni sono, mai palesemente, false, possono comunque dare origine ad azioni reali che possono rendere vere i falsi presupposti. Il potere del pregiudizio, le false premesse, possono legittimare verità ideologiche, le false promesse, e produrre azioni reali, le false pretese.

Non bastano più, come voleva Aristotele, le teorie, la teoretica a salvarci. Occorrono le giustificazioni epistemologiche, cioè le verifiche che otteniamo soltanto da un processo di falsificazioni critica. È chiaro che se la verità è una teoria, le giustificazioni epistemologiche sono più semplicemente verificabili. Però, se il pregiudizio non ha nemmeno una relazione simbiotica con la realtà, queste verità teoriche sono difficilmente giustificabili e le fake news diventano una fiction, fatte, come in ogni narrazione di verità autonome e autoreferenziali; come disse una volta Umberto Eco, rielaborando Wittgenstein, che se un autore «ha scritto un romanzo, è perché ha scoperto, in età matura, che di ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare»[31].

In definitiva, per acquisire un potere in grado di autoprodursi, nella società della comunicazione, bisogna convincersi, come diceva Nietzsche, che non esistono verità, ma solo interpretazioni. L’importante è che queste verità interpretative non siano mai percepite come illusioni, cioè che abbiano almeno una o più relazioni simbiotiche con la realtà, in modo che la complessiva affermazione sia credibile e, meglio ancora, creduta, talmente convincente da non dover essere discussa e, dunque, avulsa da qualsiasi contestazione critica.

Apprezzo notevolmente il tentativo di Mario Caligiuri di santificare, in pensieri ed opere, l'intelligence in questa epoca storica di ridefinizione complessiva dei concetti e delle concezioni fondamentali.

In opere, perché lui ha certamente realizzato, dal mio punto di vista, il miglior Master sul tema in Italia.

In pensieri perché è uscito ultimamente un suo libro dall'emblematico titolo "Intelligence" per le edizioni Treccani[32].

Tuttavia, non nascondo di avere qualche titubanza su questa divinizzazione paradigmatica dell'intelligence e specificamente su 3 punti che vale la pena evidenziare.

1. Intanto perché l'intelligence proviene dal diavolo e non da Dio, cioè dalla esigenza di realizzare operazioni che non è lecito né legittimo attribuire formalmente alle istituzioni. Il recupero e la gestione delle informazioni, che diventa centrale nelle connotazioni della società della comunicazione, è sempre stata una attività collaterale e orientativa del processo decisionale, ma la funzione primaria dell'intelligence era agire per fare ciò che non si poteva fare, ciò che non era consentito fare. Si dirà: "le cose cambiano". Certo, ma non mi pare che l’intelligence di oggi gestisca semplicemente le informazioni e tantomeno che le selezioni con metodo scientifico e con oggettività critica. Per non dire che è una illusione, diciamo che è un buon auspicio.

2. L’intelligence non è una funzione della democrazia, ma un organo del potere; e questa differenza fa tutta la differenza. Un conto è difendere la democrazia. Ben altro conto è difendere il potere. Tanto è vero che l'intelligence svolge la sua funzione (e con molta più rilevante efficacia) anche laddove non c'è democrazia. L'intelligence nasce dal concetto di Ragion di Stato, cioè dalle ragioni irragionevoli che servono a preservare lo Stato e chi lo governa. Tanto è vero che anche nelle nostre democrazie liberali, la funzione di intelligence spetta, per competenza, al Capo del Governo (potere), mentre al Parlamento (democrazia) è riservata una mera funzione di controllo. Ritenere che l'intelligence operi per rinforzare la democrazia, evidentemente anche contro il potere, è davvero una illusione che non può diventare un auspicio.

3. Caligiuri ritiene che l'intelligence non debba avere «l’obbligo di dire sempre la verità»[33]; che abbia quindi la facoltà di mantenere l'occulto e addirittura di esercitare la menzogna. Norberto Bobbio, che riteneva che le democrazie della comunicazione si realizzano nella totale trasparenza addirittura abrogando la Ragion di Stato, si rivolta nella tomba. Ha ragione Caligiuri, però: questo è certamente ciò che avviene; ma contraddice nei fatti e negli atti, la funzione democratica ed epistemologica che si pretende di affibbiare all'intelligenza, cosa che non può avere per sua stessa natura. E infatti l'intelligence di oggi esercita la sua funzione responsiva scindendo la verità dalla realtà. Non è l'occulto che gestisce ma scenari di verità autoprodotti clamorosi a cui, successivamente, se è possibile, adeguare o adattare la realtà. E questa non è una illusione né un auspicio. È un pericolo[34].

In definitiva, se nasci diavolo e vuoi diventare un Dio, la parte del diavolo chi la fa?

Dio è giustificato SOLO dalla presenza di un diavolo.


Scenari di verità

Nella società della comunicazione il potere del pregiudizio è andato oltre la realtà, ma anche oltre la verità. Questa incorporazione tra verità e realtà può essere democratica (popperianamente verità in realtà) o totalitaria (khunianamente realtà in verità).

Quando però la verità va oltre la realtà rischiamo una catastrofe sociale irreversibile, quella catastrofe che avviene inevitabilmente quando il potere utilizza il pregiudizio per generare scenari di verità necessari per produrre realtà.

Prima di noi si pensava che non fosse possibile.

Diderot e D’Alembert quando scrissero la voce “Critica” dell’Encyclopédie, affermarono che: «la verità dev’essere cercata, ma dev’essere anche attesa: la si può precedere, ma non si può mai andarle oltre»[35]. Il potere del pregiudizio, nella società della comunicazione rompe ogni simbiosi tra verità e realtà. Il pregiudizio assorbe, potrei meglio dire inghiotte, sia la verità che la realtà. Il potere del pregiudizio è un potere di incorporazione.

Secondo Massimo Recalcati, in un libro che me ne ha svelato l’esistenza, a differenza delle epoche in cui il totalitarismo aveva come fondamento l’Ideologia (secondo l’analisi illuminante di Hannah Arendt[36]), nella nostra epoca il fondamento dei nuovi totalitarismi è dato dalla «riduzione disincantata di ogni ideologia»[37]. La qual cosa non sarebbe nemmeno male se non avesse come conseguenza diretta il «rigetto cinico di ogni riferimento verticale all’Ideale»[38].

Oggi, a circa 20 anni di distanza, noi possiamo constatare quanto Recalcati fosse allora ottimista e probabilmente ingenuo. A circa 20 anni di distanza, noi affrontiamo gli inganni pervicaci e radicati, la ostentazione auto-esilarante dell’assenza totale di ogni Idea. Non la riduzione della ideologia, non il rigetto dell’ideale, la tirannide moderna è fondata sulla distruzione di ogni idea.

Ho definito questo fenomeno con un termine sottratto ad una canzone di moda: «decervellamento». Il nuovo potere totalitario, pervasivo e omologante, è il potere del decervellamento. Si distruggono tutti i luoghi di istruzione, si destrutturano gli istituti universitari e scolastici, non si cancellano ma si sfasciano, si trasformano sempre più in strutture repressive, scisse dalla vita quotidiana, escludenti, liminali. I teatri sono banditi, luoghi privati, pubblici ma non collettivi. Ovunque sia possibile sviluppare un senso critico è marginalizzato, possibilmente debellato.

Lo strumento tipico del decervellamento collettivo è il pregiudizio; la massima espressione dell’autoaffermazione dell’ignoranza.

Sbaglia Galimberti nell’affermare che «alla base delle nostre opinioni c’è il pregiudizio, un’idea che viene prima del nostro giudizio»[39]. Non è vero che il pregiudizio dispone al giudizio in quanto «frutto della nostra educazione, del contesto in cui siamo cresciuti e dove viviamo»[40]. Non è vero nemmeno che «Il pregiudizio è quindi il luogo della nostra identità»[41]. È perfettamente il contrario. Il pregiudizio viene dopo il giudizio, al posto del giudizio. Anzi, il pregiudizio è l’assenza o l’inespressivo mutismo del giudizio, il suo sostituto; non l’espressione della nostra identità ma lo strumento per la nostra identificazione.

Per evitare che il pregiudizio si trasformi in giudizio il potere annulla la funzione fondamentale della falsificazione critica, la funzione epistemologica della comunicazione fondante e fondamentale della democrazia. Il pregiudizio determina una ipnosi collettiva di ordine mediatico e, dunque, non una forma di identità, ma una «fusione identificatoria conformista “a massa”»[42].

Domina il pregiudizio.

Il potere del pregiudizio è nel determinare una «allocazione autoritaria dei valori»[43].

Il pregiudizio sociale, cioè, da un lato colloca credenze e valori in modo che i cittadini considerino legittime le decisioni politiche, dall’altro lato il suo ideologismo acritico che, diceva Pellicani, genera «un processo di decadenza intellettuale e morale particolarmente grave, una vera e propria decomposizione dei tessuti vitali. »[44]

Tuttavia, Pellicani era ancora portatore di un pensiero dicotomico (la lotta tra haves contro haves-not), quasi dialettico, nell’interpretazione delle dinamiche conflittuali dei processi storici. Non era ancora esplosa, allora, la mutazione (o rivoluzione) della logica quantistica e della complessità cognitiva.

Oggi noi sappiamo che il processo di delegittimazione del potere che induce al conflitto e alla sommossa è il prodotto di una anomia collettiva di ordine sociale che produce una discrasia tra 3 forme del potere nelle società complesse: il governo, il governamento e la governance.


CONFLITTI

RADICALI

COMUNITARI

POLEMOLOGICI

contro nemici stranieri

Guerra

relazioni internazionali

STASSIOLOGICI

Contro nemici della stessa comunità politica

Rivoluzione

Riforme

 

Illegittimità del potere

Legittimità del potere


Si definiscono ALLOPLASTICI o OMEOSTATICI quei meccanismi che, dopo una mutazione, «consentono un ri-equilibrio pacifico dell’ordine sociale stravolto da trasformazioni profonde»[45]

Il potere è sorretto da un nucleo di credenze e di valori che lo trasformano in autorità e, quindi, lo legittimano. Se normalmente questo processo avviene con forme diverse di ideologismo, in “epoca di anomia collettiva” (dovuta alla quarta mutazione) avviene con il pregiudizio. Il pregiudizio, infatti, alimenta i valori del gruppo dominante e copre il vuoto nel processo decisionale politico, un vuoto cognitivo sulla interpretazione e soluzione dei problemi.

Il pregiudizio al potere è il comodo sostituto della incapacità e della ignoranza.

Pertanto, il Pregiudizio non è, come si pensa usualmente, ciò a cui si crede prima di un giudizio, ma ciò a cui si crede al posto di un giudizio. Quindi, il pregiudizio è, a rigore, una concezione priva di giudizio. In questo senso, il pregiudizio è comunque il riflesso di un pensiero, che forse nemmeno appartiene al suo estensore. Il pregiudizio è un atto di presunzione, ma non perché si presume di sapere o si pretende di aver ragione. È un atto di presunzione estrema perché nasconde un senso di colpa. È il senso di colpa che dimostra la presunzione estrema dell’umano, quella di essere causa, sebbene negativa, di ogni esistenza, il presupposto di ogni ontologia. Il senso di colpa è il gesto di arroganza dei mortali e il pregiudizio è una delle sue espressioni. La più estrema.


Un progetto didattico

Rebel è una entità equivoca. Si tratta di una personalità impiantata tecnologicamente sopra e dentro un’altra personalità. Rappresenta il massimo della integrazione e della interazione tra uomo e macchina, il passaggio dal know-how al know-out: il processo di esternizzazione di una nuova identità cosciente.

Rebel è la protagonista di un romanzo fantascientifico cyberpunk di Swanwick[46].

Questa integrazione post-umana per aumentare le proprie capacità tra corpo e macchina, addirittura la sinergia tra le due personalità, piuttosto che le paure fantasmagoriche dell’intelligenza artificiale, si chiama wetware e consiste nella interazione tra tecnologia e cervello umano, con una nuova interfaccia in parte umana e in parte cibernetica.

È questo descritto nel romanzo di Swanwick lo scenario futuro?

No. Non credo.

Sebbene non integrati nello stesso corpo, questo è lo scenario presente. Ciascuno di noi è ormai definitivamente una creatura a metà fra gli esseri umani e la tecnologia. Ciascuno di noi è già una nuova forma di vita che può facilmente essere indotta e governata da un pregiudizio e istintivamente da un pregiudizio sessuale.

Il wetware è la nostra nuova complessità troppo estensiva ed estinguibile per essere ristretta e arginata. Può essere soltanto governata.

Occorre una nuova educazione, un nuovo progetto didattico. Il nuovo progetto didattico è il presupposto di una nuova democrazia, parzialmente individualizzata, dove poter ricostruire in uno spazio collettivo o pubblico la identificazione con il proprio io.

Nella wetware pedagogy ogni esperienza è sempre anche un esperimento, perché viviamo al confine con il probabile, verso un futuro che forse avverrà, dentro ipotesi che potrebbero essere possibili.

Questa assenza di certezza, questa capacità, direi questa competenza, ad abitare la possibilità, come diceva Emily Dickinson, nella wetware pedagogy è in sé formativa. Non vorrei banalmente sostenere che, come si diceva una volta, la necessità industria. Abitare la possibilità vivendo al confine del probabile significa imparare che il mondo è pieno di infinite opportunità e che si raggiungono dimensioni di vita migliori solo se acquisiamo quella specifica professionalità in grado di trasformare l’immateriale speranza in materiale certezza. Questa è la pedagogia. È valsa sempre e sempre varrà. Wetware invece significa che noi nel nostro habitat siamo cambiati, definitivamente, non in modo episodico, in modo strutturale. Significa che io non sono più soltanto io, che la tecnologia non è più soltanto protesi, che c’è una conoscenza nel network complessivo della interazioni possibili uomo/macchina/media/uomo, che c’è una plusvalenza cognitiva nelle connessioni, che c’è un’etica della convivialità che torna inevitabilmente a noi perché potenzierà talmente l’uomo, tramite l’educazione tra esperienza ed esperimento, da non permettere mai che lo strumento sia superiore all’umano, che era la vecchia preoccupazione di Ivan Illich, e tanto meno che l’umano sia strumentale all’umano, che è la nostra preoccupazione di sempre.

Bertrand Russell era preoccupato che l’accelerazione tecnologica non fosse corrispondente ad una altrettanto adeguata accelerazione logica; che, cioè, ai ritmi di crescita delle macchine non corrispondesse una adeguata crescita cerebrale e cognitiva degli individui. Temeva, Russell, che nel vuoto che si determinava tra ritmi differenti e diverse velocità potesse sprofondare la civiltà democratica occidentale, se non addirittura l’umanità intera. Per questo chiedeva, il logico e matematico inglese, paradossalmente premio Nobel per la letteratura, che si sviluppasse un’etica politica in grado di gestire i nostri limiti e controllare le nostre limitazioni.

In realtà questa preoccupazione è sempre stata presente nelle paure degli esseri viventi, l’incubo che le macchine sopravanzassero l’umano è l’incubo più ricorrente, un luddismo che compare ciclicamente, in varie forme, e che imperversa nelle fantasticherie fantascientifiche.

Colui che si occupava di questo prevalentemente di questo problema scientifico, colui che se ne è occupato per primo cambiando decisamente e definitivamente il nostro habitat, Alan Touring, non la pensava così. Egli sperava di realizzare le macchine auto poietiche, cioè macchine che generano altre macchine con un livello evolutivo superiore, in una dimensione altra: ma ha trovato solo macchine autoreferenziali, cioè macchine in grado di generare altre macchine, sempre più sofisticate, ma senza intelligenza, circuiti senza vita.

Più o meno verso la fine della sua giovane esistenza, Alan Touring, il genio, si rese conto che l’unica macchina in grado di generare altre macchine ad un livello dimensionale superiore, con sempre più intelligenza e sempre più vita, è l’uomo, l’uomo soltanto perché appunto non è una macchina. In altri termini lui capì che l’interazione era possibile solo a livello biotecnologico, dove il biologico resti inevitabilmente l’elemento dominante.

Ora qualcuno penserà all’uomo bionico che sta per avvenire. Invece il sogno di Alan Touring si è già realizzato e noi lo stiamo vivendo per intero inconsapevolmente. Non lo vediamo soltanto perché è immateriale e non ancora del tutto integrato con la nostra fisicità; ma io non potrei nemmeno scrivere questo articolo se non fossi interconnesso con una logica che tramuta il pensiero in linguaggio e uno strumento che trasforma il linguaggio in codici semantici. Il testo che voi state leggendo è già il risultato embrionale e, per qualche verso, primordiale del wetware.

In cibernetica wetware è l’elemento liquido che trasforma l’informazione in energia. Nella nostra società liquida, per dirla alla Bauman, l’unico elemento in condizione di trasformare l’informazione in energia vitale è l’uomo, l’elemento umano.

Noi viviamo ormai interamente nella società della comunicazione. Trasformare informazioni in energia è la nostra condizione quotidiana, il nostro insuperabile vincolo esistenziale.

Lo abbiamo sempre fatto in realtà.

Fin dall’inizio lo abbiamo fatto, cioè nella prima cosmogonia, quella dell’ontopower, in cui l’obiettivo principale dell’uomo, dopo la conquista della posizione eretta, era superare le insidie dell’ambiente e sopravvivere, facendo della mano, di un arto, il primo strumento tecnologico in grado di forgiare gli oggetti, produrre utensili e costruire abitazioni; prima abbiamo trasformato le informazioni in energia vitale con la percezione, dei suoni, dei rumori, degli odori, dei versi e delle immagini.

Oggi, per evitare di cadere nel vuoto che si apre tra i ritmi veloci della tecnologia e quelli più lenti della cultura e della conoscenza; per evitare che qualsiasi strumento superi l’umano, abbiamo bisogno di una nuova educazione, di una wetware pedagogy.

È quello che dovremmo fare per eliminare i pregiudizi, formulando una teoria didattica del web. La tecnologia non educa, non insegna, addestra. Noi abbiamo bisogno di una interazione tra hardware, software e umano, una interazione educativa, in grado di potenziare le nostre dimensioni cognitive, una pedagogia della società della comunicazione, costruita sui valori connettivi, sulle plusvalenze relazionali, sui network come habitat cognitivi di nuovo tipo. Abbiamo bisogno di una teoria didattica per la wetware pedagogy indirizzata contro il pregiudizio e principalmente contro il più pervicace e radicato pregiudizio, atavico e trasmesso da processi educativi finalizzati alla gerarchia dei rapporti di potere, contro il pregiudizio utile alla sottomissione e giustificativo della sopraffazione: il pregiudizio di genere.




Ricostruzione della polis

Non nego che fino a qualche tempo fa ho pensato e scritto, in fondo come tutti, che al fondo della questione femminile vi fosse il senso di una ingiustizia atavica, una sopraffazione antropologica del maschio.

Ad una conferenza svolta al Parlamento Italiano il 1° dicembre 2017 ho presentato una relazione, poi pubblicata su La Rivista Italiana della Sicurezza, che attribuiva il femminicidio a una espropriazione del potere della genesi da parte del maschio nei confronti della femmina. Una relazione scritta sulla base degli studi di Marija Gimbutas[47] e di Heide Goettner-Abendroth[48]. Ho sostenuto cioè che «La violenza che ci portiamo dentro, nel chiuso labirinto degli specchi della storia, appartiene alla lotta antropologica per la conquista del potere sulla genesi e rimbalza fino a noi nella forma del femminicidio». L’ho chiamato «il crimine di Dio non nel senso che Dio lo abbia commesso, ma perché Dio è stato inventato per la legittimazione del potere del maschio»[49].

Il tema principale riguardava, dunque, l’espropriazione antropologica del potere della genesi.

Marija Gimbutas sosteneva che prima, agli albori della evoluzione umana, «era la forza femminile che pervadeva l’esistenza»[50]. Il maschio non aveva coscienza procreativa. Quando la vita durava 24 anni in media, un atto compiuto nove mesi prima non era collegabile a un parto che avveniva molto in là nel tempo. Per questo motivo la donna aveva assunto una dimensione sacro-magica: «la fede in una divinità femminile come creatrice della vita rispecchia il sistema matrilineare e matrilocale, che molto probabilmente esisteva in quelle epoche»[51]. L’incoscienza procreativa determinava il fatto che «il corpo della donna veniva considerato partenogenetico, cioè si pensava che creasse da sé la vita, una caratteristica che veniva celebrata nella religione»[52]. In quelle epoche «preistoriche del paleolitico e del neolitico […] l’immagine del padre, così prevalente nelle epoche più tarde, è del tutto assente»[53]. István Zӑlai-Gaál[54] e Irme Lengyel hanno studiato il gruppo sanguigno, tratto da reperti di ossa, dei cimiteri della civiltà Lengyel in Ungheria[55], circa nel V millennio a.C.. I gruppi familiari sono risultati composti da femmine e bambini imparentati tra loro, mentre i maschi adulti no. Significa che questa «fede in una divinità femminile come creatrice rispecchia il sistema matrilineare, o matrilocale, che molto probabilmente esisteva in quelle epoche»[56] in cui, sostiene Gimbutas, le madri e le figlie «conservano la residenza e il diritto di proprietà» mentre i giovani maschi «partono per entrare in un’altra famiglia e maschi di altro ceppo si sposano all’interno della famiglia matrilineare.»[57]. Cioè, il principio del matriarcato aveva un «effetto sulla struttura sociale, perché se il padre biologico non può essere determinato, la madre e il suo ceppo sono automaticamente il punto focale della famiglia, e la struttura familiare è matrilineare»[58].


Più recentemente, precisamente nel 2023, Heide Goettner-Abendroth ha pubblicato per le edizioni Mimesis, un voluminoso testo sul passaggio dalle società matriarcali alla nascita del patriarcato. Heide Goettner-Abendroth conferma che «le donne, come madri e responsabili della sopravvivenza della specie, sono state dunque la forza trainante della prima evoluzione umana»[59]. E conferma «la credenza secondo cui i bambini non provenivano dall’uomo, ma dagli spiriti degli antenati che trovavano vita attraverso una giovane donna dello stesso clan»[60]. Conferma dunque che «il meccanismo della creazione era perciò a loro ignoto»[61], come ignoto era per tutti il termine “padre” e «il concetto di paternità biologica»[62]. Afferma che i maschi hanno assunto coscienza procreativa dalla osservazione degli animali e i primi simboli fallici sono espressione della potenza sessuale del toro. Non a caso il simbolo di Creta, dove c’è stata una commistione di potere maschile e femminile, era il minotauro, con la testa del toro e il corpo dell’uomo. Afferma, inoltre, Heide Goettner-Abendroth che, «a livello sociale»[63], sono state le «culture guerriere della steppa» che «svilupparono i modelli caratteristici del primo patriarcato»[64], imposero una cultura di dominio sulla base del dualismo gerarchico «che deriva dal diritto del più forte»[65]. Conferma infine che «la stessa gerarchia duale si manifesta nelle divinità: gli dei degli uomini erano padri divini del cielo e dei della guerra considerati superiori»[66]. Era soltanto circa 5.000 anni fa.


Negli anni successivi, qualche dubbio di non essere stato completo nell’analisi mi è venuto e mi torna quando vengo invitato a manifestazioni di associazioni di donne. Accade talvolta, andando in giro per lezioni e conferenze, in attesa delle lente coincidenze del trasporto ferroviario, che uno si trovi a trascorrere l’interstizio di tempo tra un arrivo ed una partenza, in libreria, alla ricerca di una pubblicazione che giustifichi le proprie intuizioni. È accaduto anche a me che, in attesa della coincidenza per Torino, mi sia imbattuto in un libro magistrale del noto archeologo italiano Giorgio Buccellati, dal titolo “All’origine della politica”.

Da tanto tempo noi sosteniamo che la fitness evolutiva degli umani si sia differenziata da quella degli animali a causa di 4 mutazioni sociali fondamentali che hanno sviluppato 4 dimensioni logiche indispensabili per la produzione dell’intelligenza. Giorgio Buccellati, senza mai esserci conosciuti né mai parlati, è arrivato sostanzialmente alle stesse conclusioni. Dimostra, infatti, che il passaggio dalla logica endofasica alla logica formale avviene con il passaggio dal paleolitico al neolitico e specificamente con la costruzione del villaggio, del primo habitat umano che, con la indispensabile definizione di un confine, ha scatenato una serie di processi cognitivi o – come dice Lui – “meta-percettivi”. Queste nuove competenze hanno indotto gli esseri umani alla gestione della complessità, alla capacità di distanziarsi dalla natura, alla capacità di progettare. Si verifica, cioè, una vera e propria modificazione della «morfologia concettuale»[67] che si avvale di «un supporto concreto e ben specifico, un prodotto assolutamente innovativo che poteva avere origine solo nelle facoltà intellettuali che erano arrivate a costruire queste categorie. Questo prodotto è il linguaggio articolato[68] Pertanto «i confini del villaggio avviano un dinamismo per cui il senso della proprietà comune sfocia nel concetto di proprietà pubblica.» All’interno dei confini gli individui si accomunano, si integrano, preservano e mantengono il proprio spazio. Si sviluppa il senso della collettività tra chi convive in un’area definita, a chi ha un proprio concetto di organizzazione, a chi ha una particolare concezione di sé rispetto agli altri, a chi vuole una propria identità. In questo senso, allora, «l’affermarsi del villaggio come nuova forma di insediamento umano ha delle forti ripercussioni sul sistema percettivo. La mola principale sta nel fatto che il sistema non è dato in natura, ma è messo in atto dall’uomo, e dipende quindi a priori da “manipolazioni” percettive; l’orizzonte del villaggio non è solo definito da limite di specifiche costruzioni (i confini fisici), ma anche da una visione, dal modo cioè con cui ogni individuo concepisce l’universo particolare del proprio gruppo sociale (i confini percettivi). Questi confini sono presenti anche nell’assenza: il che vale a dire, che anche se lontani fisicamente al villaggio, questo rimane presente nella percezione del singolo. Si sviluppa un senso di appartenenza al territorio che avrà un impatto sempre più marcato sulla psiche umana.»[69]

La prima era stata la conquista della posizione eretta che ha fornito l’uomo di ontopower, del potere ontologico della sopravvivenza e la dimensione logia endofasica, la logica basata sulla analogia. La seconda è stata ancora una verticalizzazione della società, della architettura e del potere, l’egopower con cui l’uomo si è imposto al mondo con la logica formale, costruita su principio di non contraddizione, sul sillogismo. L’invenzione della geometria ha permesso la costituzione del villaggio, da cui scaturisce questa seconda grande mutazione umana, della rivoluzione agricola. La terza grande mutazione consiste nel controllo e nella tutela della nostra fisicità, con sistemi di sicurezza e sostegno del biopower, dalla culla alla bara, l’avvento dei computer e l’acquisizione della logica computazionale costituita sulla dialettica tra vero e falso.

Il resto saranno piccoli mutamenti integrativi che ci hanno portato, migliorando continuamente il nostro habitat, alla terza grande mutazione della storia umana: la rivoluzione industriale e l’acquisizione della logica computazionale che ha generato i computers.


Oggi?

Il filosofo Slavoj Žižek racconta che i cinesi, quando vogliono lanciarti un malaugurio, augurano di vivere «in tempi interessanti», perché i tempi interessanti sono quelli turbolenti, quelli travolgenti, disordinati e spesso conflittuali. Noi viviamo in tempi interessanti, nella quarta mutazione della storia dell’umanità, l’avvento della società della comunicazione.

Oggi viviamo nei «tempi interessanti»[70] della quarta mutazione umana: la rivoluzione della comunicazione e l’acquisizione della logica quantistica. Di questa ultima mutazione sentiamo la innovazione e abbiamo paura.

Direi giustamente.

Demonizziamo la tecnologia perché temiamo che la minaccia derivi da lì.

È un clamoroso errore.

La vera, profonda minaccia che abbiamo è quella della perdita del nostro posizionamento.

C’è una differenza essenziale tra le prime 3 mutazioni e questa quarta.

Tutta le precedenti mutazioni erano costruite sul nostro posizionamento, sul villaggio, sulla polis, sulla città anche metropolitana. Questo spazio fisico e cognitivo, nell’era della globalizzazione, si è perduto, si è dissolto e noi non abbiamo più un posto.

Da una parte è un bene, perché con la polis perdiamo anche il nostro provincialismo identitario, che ci schiaccia in un dialetto, in un ristretto numero di relazioni, in un localismo che ci imprigiona in ruoli archetipici che erano mura invalicabili da cui era praticamente impossibile uscire.

Da una parte è un male, perché con la dissoluzione della polis, si è vanificata, è evaporata anche la politica. Donatella Di Cesare, in diverse sue pubblicazioni, spiega che i greci distinguevano tra OIKOS, lo spazio privato della casa, e POLIS, lo spazio pubblico della cittadinanza e della politica. Con l'avvento della società della comunicazione e le nuove tecnologie, l'OIKOS ha assorbito la POLIS: «una concezione proprietaria dell'abitare, dominante nella sfera privata dell'OIKOS, ha finito per imporsi anche nella POLIS».

Oggi, che viviamo in tempi interessanti, quale è il ruolo delle donne?

Dovremmo ricostruire la nuova polis per ri-posizionarci in una nuova dimensione politica nella società della comunicazione; in una dimensione politica planetaria.

Chi può farlo?

Coloro che erano stranieri nella vecchia polis e coloro che erano estranei.

Donne e immigrati sono sempre stati considerati stranieri ed estranei nella polis: gli immigrati erano estranei perché provenivano dall'esterno della città; le donne erano straniere perché erano riservate alla casa e, dunque, senza alcun ruolo pubblico all'interno della città.

Allora, a quella cena ho capito, che lo spazio pubblico della POLIS, la cui sottrazione ha comportato la distruzione della politica, può esserci restituito solo da chi era straniero prima, cioè da chi è stato estraneo alla trasformazione del pubblico in privato. Di chi, cioè, era costretto alla carcerazione del privato e reclama oggi il legittimo diritto di essere pubblico.

Ho sentito che il neo-eletto sindaco di New York ha rivendicato una nuova forma di modernità politica per una città costruita dagli immigrati. Gli immigrati non c'erano proprio e oggi potrebbero essere soggetti innovatori per un nuovo posizionamento. Non ha torto.

Il biologo Ugo Tristra Engelhardt[71] ha chiamato «stranieri morali» i partecipanti ad un gruppo o a una comunità che «non condividono principi e visioni in ambito biologico e medico»[72].

Milena Santerini ha esteso ha esteso questa denominazione alla psicologia collettiva che orienta la vita anche in altre situazioni dirompenti, giacché «La vita dei corpi sociali fatti di persone non è mai governata da meccanismi strutturali (pure molto importanti), ma sempre intrecciata a come gli esseri umani vivono i cambiamenti.»[73] Per le società democratiche questi stranieri morali sono una minaccia. I reati commessi da loro o su di loro e proiettati sugli schermi della comunicazione mediatica, trasmettono la percezione di un incremento di conflitti a bassa intensità. I conflitti ad alta intensità sono le guerre, quei conflitti che impattano complessivamente sul network sociale. I conflitti a bassa intensità sono quelli che si verificano dentro i network sociali della nostra vita. La microcriminalità è forse l’emblema di questi conflitti a bassa intensità; una criminalità che è rappresentata, anche per nascondere il suo volto reale, iconicamente dalla presenza degli immigrati e dai reati sulle donne. Raffigurati dagli stranieri morali.

Noi, però, per capire fino in fondo il pregiudizio e che tipo di rispetto si deve alle donne, noi dobbiamo distinguere meglio tra stranieri morali ed estranei sociali. Nella lunga storia dell’umanità i viandanti, gli immigrati sono sempre stati stranieri morali. Le donne invece sono state, in gran parte di questa storia, estranee sociali. E sono state socialmente estraniate in tre diverse condizioni, che pure spesso coincidono:

1. Sono state escluse. Le donne sono state escluse quando il maschio ha assunto la coscienza procreativa. Prima le donne erano considerate, come scrisse Marija Gimbutas, erano considerate “dee viventi”, partogenetiche , cioè in grado di assicurare la sopravvivenza della specie da sole, generando il figlio o la figlia dal suo stesso corpo. Per questo parto di sopravvivenza collettiva le donne venivano divinizzate e considerate madri, come la terra, la madre terra, così come perfettamente rappresentate dal pessimo film intitolato il XIII cavaliere.

2. Sono state emarginate. Lo stesso pessimo film mostra tuttavia come e perché le donne sono state emarginate quando l’uomo ha acquisito la coscienza procreativa, probabilmente osservando l’accoppiamento tra animali, tra il più sessualmente potente: il toro che per questo ha assunto uno specifico simbolismo. Alla fine di quel film, lo scontro finale arriva tra uomini che pregavano una donna che abitava in una grotta, appunto dentro la terra, e gli eroi che pregavano un Dio nell’alto dei cieli. Questa scena mostra meglio di altre l’avvento dell’egopower, del potere verticale del faraone, dio e uomo, portato da Mosè in Palestina, dove, non a caso, sono sorti i tre monoteismi che conosciamo, quello ebraico, quello cristiano e quello islamico. Non mostra tuttavia l’altro elemento della filosofia politica egiziana, la regola di seppellire i propri genitori e sé stessi, nel luogo in cui erano nati. È il presupposto dell’avvento delle città, delle polis. Le donne greche e quasi ovunque fino al 1800, erano imprigionate nel privato della casa o della famiglia.

3. Sono state alienate, a partire dal 1800 e specificamente con la Rivoluzione Industriale. Il concetto di alienazione si deve a Karl Marx, che lo ha proposto per la prima volta nei Manoscritti Economico-Filosofici del 1844 che a sua volta, come quasi tutto il resto, lo aveva preso da Hegel. Hegel considerava l’uomo una ragione autocontemplativa, una entità fornita di pensiero che non faceva altro che contemplare sé stesso. In questo senso, l’alienazione è il nostro modo di estraniarci dalla coscienza di noi stessi. Tra i tanti e disparati significati del termine alienazione questo hegeliano credo che sia il più attinente di quanto avvenuto alle donne durante la rivoluzione industriale: le donne sono state estraniate dalla coscienza di sé stesse. Sono state considerate a supporto del processo di proletarizzazione della prima fase di avvento della dirompenza capitalistica. Ricordo le feroci immagini di Rioux[74] sulle donne che lavavano i vestiti in catini pieni di acido che logoravano e corrodevano le loro mani e i loro polmoni. Poi, con l’avvento del welfare che ha decisamente attenuato la violenta «forza di distruzione creatrice»[75] del capitalismo, come l’ha definita Schumpeter, le donne sono state estraniate dalla coscienza di sé stesse e confinate in un ruolo casalingo di tutela familiare, come nelle tipiche organizzazioni criminali italiane. La prigionia della dimensione familiare è durata fino al 1968, fino al femminismo che, per Norberto Bobbio, è stata la più potente e radicale rivoluzione della modernità.


In questa nostra nuova società, il rispetto delle donne non deve essere, non può essere una concessione maschile.

La società della comunicazione è una mutazione profonda del nostro modo di vivere. Le vecchie strutture, le istituzioni, gli istituti, le forme di socializzazione sono tutte cambiate e ci inducono a vivere in un habitat totalmente nuovo, in cui perfino il concetto di pubblico e privato su cui sono stati costruiti tutti i codici giuridici occidentali, assumono altri significati. Le forme gerarchico piramidali, verticali del potere, nell’epoca dei network sono obsolete. La stessa democrazia deve essere ridefinita e riconcettualizzata. La polis deve essere riformulata.

Confermo: in quanto estranee e/o stranieri nella struttura gerarchica del potere delle nostre città, solo le donne e gli immigrati possono salvare le democrazie nella società della comunicazione.

La responsabilità di questa salvezza politica grava solo sulle spalle delle donne.

Gli immigrati sono ancora portatori di una concezione maschile del potere, una idea del potere escludente, quello che Michela Murgia[76] attribuiva a «un'autorità di natura sottrattiva»: un potere che «se sta in mano a qualcuno è solo perché questo qualcuno lo ha avuto a spese di qualcun altro, che invece dal canto suo l'ha perduto»[77]. Si tratta di un potere di natura quantitativa, di una concezione economicistica del potere, di un potere capitale: «L'idea di fondo è che il potere sia una sorta di oggetto che viaggia sulle mani del più forte e che frustra e marginalizza il più debole»[78].

Per salvare le nostre democrazie abbiamo invece bisogno di seguire una «via femminile al potere»[79], di un potere qualitativo, inclusivo, quel potere sociale che Bertrand Russell eguagliava alla energia, che cioè sta alle scienze sociali come l'energia alla fisica, un potere al femminile, di chi ha dato antropologicamente all'umanità l'energia vitale della propria sopravvivenza, il potere della genesi che consiste nell'aggiungere non nel sottrarre, nell'immettere non nel sottomettere, un potere pedagogico di logiche reticolare, di network espansivi, di entità aggiuntive anche come prodotto di «una filiera di fragilità paritarie»[80] in cui «se ci si salva lo si fa insieme». Un potere empowerment, fatto della «consapevolezza acquisita non solo di quel che possono essere, ma anche di quello che non vogliono essere mai»[81].


Non dobbiamo considerare le femmine diverse dai maschi. Le dobbiamo considerare differenti, così come i figli sono tutti simili eppure tutti differenti. Ogni diversità è una forma di emarginazione. Ogni differenza è una esaltazione dell’umano. La differenza è una creativa e personale combinazione della uguaglianza. Nella socialità dei viventi che ha conquistato la terra, vige il principio di similarità: i can consiglio di Milena Santerini, quello di «adottare una visione del mondo basata su somiglianze e differenze, e non solo sulla diversità»[82].

Le donne devono compiere un salto nel pubblico, che talvolta tanto dolore comporta, e che consiste nella effettiva restituzione della polis, della cittadinanza opportunamente rivendicata, dello spazio del confronto politico pubblico. Noi possiamo affermare l’esigenza di ricostruire una polis planetaria tramite il ruolo delle donne che devono superare la rivendicazione privatistica e vittimistica indotta da un qualsiasi sopruso e assumere su di sé il peso, la responsabilità della nuova polis, della politica e della democrazia.

Però non devono farla, come abbiamo fatto noi, a proprio uso e consumo.

Devono essere in grado di andare oltre sé stesse.

Lo possono fare grazie alla funzione antropologica della genesi.

Lo devono fare per una nuova democrazia della complessità relazionale e dell’accoglienza, per una democrazia conviviale, rispettando profondamente la regola esistenziale proposta da Ivan Illich: «la società è conviviale quando lo strumento non supera l’umano.»[83]

Confido nelle donne perché loro sono state estranee alle erezioni verticali del potere, estranee alla costruzione di una società fallica in cui chi è più in alto è più forte e che, quindi, demanda la propria genesi ad una qualsivoglia divinità, che più alto non si può, nel più remoto dei cieli.

Nella società della comunicazione, nella società del potere orizzontale dei network a morfologia variabile, queste donne, proprio perché sono state estranee, proprio perché sono state strumento della «via maschile al potere», con la propria «via femminile al potere», possono restituirci una nuova democrazia.

Una democrazia nuova che fondi le sue radici sulla articolata complessità degli universi culturali: «Solo ricostruendo questa complessità, soprattutto storica, è possibile parlare di universi culturali. A patto che non siano usati per irrigidire, ma ci servano da guida e orientamento per capire le differenze individuali, dinamiche e sempre in trasformazione al loro interno.»[84]

Sono, quindi, insuperabilmente convinto che, non solo le donne in verità, ma tutti coloro che sono in grado di seguire «via femminile al potere», possono restituirci una democrazia nuova, non più autoreferenziale, ma autopoietica, che sia capace cioè di migliorare continuamente rigenerandosi.

In questo senso, la «via femminile al potere», questa capacità politica partogenetica, questa competenza autopoietica di migliorare rigenerandosi, è la salvezza delle nostre democrazie.




Lo stupro: un caso estremo di sopraffazione del potere


In una analisi approfondita sullo stupro infantile, qualche anno fa, Dacia Maraini individuava la violenza più crudele di questo assoluto atto di sopraffazione, nel fatto che rende “il bambino nemico di se stesso[85]. Vale per qualsiasi forma di stupro, verso chiunque sia rivolto, qualsiasi sia la vittima; perché lo stupro non è un desiderio sessuale estremo ed estremizzato, ma un’azione di dominio o un atto di dominazione. È un’azione di dominio, cioè un comportamento individuale di un individuo su un altro ritenuto più debole quando è uno stupro individuale. È un atto di dominazione quando è l’espressione di supremazia di un gruppo organizzato, sia esso, come accade più frequentemente, un gruppo di natura bullistica, sia esso una azione simbolica di supremazia e di disprezzo condotta da una organizzazione terroristica, come spesso accade nelle tattiche di provocazione.

In ogni caso “quasi sempre la vittima introietta il disprezzo dell’aguzzino e si giudica sporca, mostruosa[86]. Tuttavia, è questo che resta dentro ogni vittima, un “perverso meccanismo mentale[87], una colpa che si radica nel profondo emozionale di chi viene stuprato. La crudeltà non è nemmeno la devastazione del corpo, l’invadenza offensiva dell’appropriazione dell’altro, l’invasione che si trasforma in devastazione. La crudeltà è nell’accettazione silente di uno status finora tollerato, per quanto inammissibile, nel “destino già scritto[88] nell’habitat, nella storia, forse finanche nell’archetipo culturale dei luoghi. Una colpa ineliminabile, “un evento crudele ma inevitabile come un terremoto, un’alluvione[89]. E se la colpa è trasmessa alla vittima, è sottratta all’artefice.

Il primo aspetto rilevante dello stupro è quello che possiamo denominare “stupro da condizione”. Si tratta della tipica percezione psicosociale che si riscontra in determinati habitat sociali; quelli che Pasolini considerava sottoproletariato. Lo stupro, in questo caso, rappresenta una condizione di emarginazione. Il sesso assume una funzione di rivalsa. Pasolini ha descritto questa sessualità imposta, violenta, rapace, come “consolazione della miseria[90], espressione di un mondo estraneo, escluso, escludente, in cui domina la puttana che, in realtà, “è una regina[91] e, proprio come una regina, siede sul suo trono, su un rudere di periferia; governa un territorio, “pezzo di merdoso prato[92], avendo per scettro “una borsetta di vernice rossa[93]. Non è classificata nelle statistiche criminologiche, ma la prostituzione è una forma di stupro. Lo stupro della vita, la sopraffazione della quotidianità a cui devi comunque legarti per sopravvivere, che ti piega, addirittura prona a quel “perverso meccanismo mentale”, al transfert della colpa dal colpevole alla vittima, che ti fa abbaiare “nella notte, sporca e feroce come un’antica madre[94]. Nella poesia di Pasolini, in cui questo stupro prodotto da una condizione sociale, questa nuova manifestazione dell’alienazione generato dalle sperequazioni dell’habitat, sono descritti anche i colpevoli, gli stupratori, “I magnaccia, attorno, a frotte, / gonfi e sbattuti, coi loro baffi / brindisini o slavi, sono / capi, reggenti: combinano / nel buio, i loro affari di cento lire / ammiccando in silenzio / scambiandosi parole d’ordine[95]. Ed io li vedo, il gruppo di ragazzi che escono da un pub, ubriachi o anche soltanto brilli, che vedono una ragazza passare, che si guardano in silenzio, che ammiccano. Il loro sguardo è una parola d’ordine e la seguono, accelerano il passo, la inseguono, gonfi e sbattuti dall’alcool o da qualche ultima droga. Forse non hanno baffi. Forse non sono né brindisini, né slavi; ma si sentono capi, reggenti, considerano quella ragazza una puttana e loro sono i magnaccia che hanno potere totale sul suo corpo, di cui reclamano l’assoluto asservimento, la definitiva prostrazione. Si sentono capi, potenti dominatori del presente “puntellato[96] della nostra epoca, ma, anche se sono ricchi o figli della borghesia urbana, restano comunque “silenziose carogne di rapaci[97], che cercano la loro rivalsa perché, in realtà, “il mondo, escluso, tace / intorno a loro, che se ne sono esclusi[98].

C’è un secondo aspetto dello stupro che riguarda quasi esclusivamente lo stupro collettivo. Si tratta di un atto violento indispensabile per assumere una connotazione identitaria nel gruppo dei pari. Possiamo denominarlo “Stupro da identificazione”, poiché rappresenta un vero e proprio atto di adesione e di partecipazione alla identità ed alla identificazione di partecipanti a determinati gruppi di primario livello organizzativo. Si tratta di una funzione tipica anche delle organizzazioni criminali la cui aderenza ha il vincolo di un atto violento di affiliazione. Però, l’azione identitaria compiuta con una violenza sessuale ha un significato particolare. È un modo per rinascere “nei rifiuti del mondo”, per trovare una regola comune e una regolarità individuale nei comportamenti condannati dalla legge, per ottenere “un nuovo /onore dove onore è disonore”. Un modo per sentirsi potenti e feroci, feroci come i potenti, nascosti “dietro mareggiate di grattacieli / che coprono interi orizzonti”. La ricerca della identità del gruppo annulla l’identità della donna. La persona violata diventa strumento della violenza. Non è più persona. Non è vero che il maschio utilizza lo stupro per intimidire, per minacciare. O forse non è solo per questo. Principalmente i maschi stuprano le femmine per riconoscersi nella loro mascolinità. Scrive Brownmiller “la scoperta da parte dell’uomo che i suoi genitali potevano servire come arma per generare paura deve essere annoverata tra le più importanti scoperte dei tempi preistorici, insieme con l’uso del fuoco e le prime rozze asce di pietra[99].

Se il sesso è un’arma, la sessualità ottenuta con una rapina o con una conquista, è la più primordiale espressione di un potere: la supremazia. Possiamo infatti denominare il terzo aspetto della violenza sessuale come “Stupro supremazia”. Non amore, ma prostrazione, sesso ottenuto con facilità per imposizione, senza compromissione, senza fatica, dove “il miserabile si sente uomo”. È difficile riconoscerlo, travolti da una narrazione che racchiude la colpa al comportamento individuale, ma il colpevole, sullo stupro, “fonda la fiducia nella vita”, nella sua vita, nella sua forza che si impone ad altri, la sua strafottenza che “disprezza chi ha altra vita”, il suo dominio che ha bisogno insuperabile di giustificazione. In questo senso il potere esclusivo del proprio sesso è, a sua volta, escludente. L’avventura della sopraffazione, della usurpazione, della dissacrazione è la spinta al potere, “sicuri di essere di un mondo / che di loro, del loro sesso, ha paura”. Lo fanno come se fosse un gioco, poiché hanno “loro forza nella leggerezza”. Lo fanno senza alcuna clemenza e comprensione per la vittima, perché “la loro pietà è nell’essere spietati”. Lo fanno incoscienti delle conseguenze e di ogni possibile danno, giacché sentono “la loro speranza nel non aver speranza”.

A terra resta lei, strumento di altri desideri, abbandonata all’insulto, sconquassata dalla sovrapposizione, calpestata letteralmente, in preda ad una sensazione di furto, invasa, sentirsi terra devastata dagli zoccoli duri di cavalli di conquista o dagli scarponi arcigni degli eserciti. Una sensazione che altrove[100] ho definito, come simbolo di sottrazione del potere della genesi, la sindrome d’Istefano.

Nel 1452, Niccolò Muffel “venne in Roma per l’incoronazione dell’imperatore Federico III, e ivi comperò, a buon mercato (così egli dice), una notabile indulgenza”[101]. Evidentemente colpito dalle ignote vicissitudini di Celestino V, gli cambia il nome in Istefano e racconta questa storia simbolica: “Quando il papa Stefano vide venire i diavoli in figura di corvi e di cornacchie innumerevoli, subito si confessò, e si fece tagliare a pezzi, e gli uccelli diabolici ne portarono via i lacerti e le viscere, meno il cuore che fu sepolto in San Giovanni in Laterano[102].

Essere costretti a concedere il corpo per salvare l’anima. Lo stupratore non concede altra scelta alla vittima. È costretta a lasciare al corpo il dolore per ottenere il silenzio indispensabile per ogni possibilità di riappropriazione.

In un verso felice di Idea Vilariño[103] ci concede l’immagine precisa della vittima che si abbandona al carnefice per togliergli definitivamente il potere di offendere, quando è soffocata dal peso enorme della colpa di essere femmina, cercando la forza di resistere socchiudendo gli occhi per non sentire più l’ingiustizia atavica. Sente, invece, l’affanno di vivere in un fascio di spade. Cerca una soluzione e, forse, per avere comunque una soluzione, nel momento in cui il dolore immutabile, combattuto e senza clemenza di un coito interminabile, in attesa che tutto raggiunga il suo apice feroce, bestiale e si afflosci all’improvviso senza più alcun potere, aspetta, si abbandona ai corvi diabolici e alle innumerevoli cornacchie che la smembrano a pezzetti, che le strappano la carne a brandelli e le esportano l’utero, buttata per terra nella pura umiliazione e sporca di sperma. Marchiata. Quello sperma acido, acerrimo, addosso e dentro, brucia indelebile come “la lettera scarlatta” nel bellissimo romanzo di Nathaniel Hawthorne. Anche questo è un modo per non sentire più il dolore del mondo, un modo per scomparire. La sindrome di Istefano, una coscienza talmente estensiva del dolore che si annulla annullando l’oggetto del desiderio, il corpo, in modo che il carnefice sia definitivamente condannato a non poter ottenere mai più il suo godimento. In qualche modo donarsi al dolore di essere costretti ad essere sé stessi.

Alla fine di tutto, lo stupro, lo stupro di gruppo, come il femminicidio, nella forma della tortura e dell’assassinio, rappresenta questa ultima devastante complicità, questa lotta eterna, senza pace, autodistruttiva, questa vendetta definitiva, comoda, immediata, istintiva per annichilire ogni coscienza di morte.

Paradossalmente però proprio questo è morte, perché lo stupro e il femminicidio non sono altro che il riconoscimento della propria debolezza, il simbolo e il significato della impotenza assoluta; perché, per quanti sforzi fisici e cognitivi un maschio possa elaborare, ogni suo atto violento dimostra la impossibilità di strappare e perfino di usurpare il potere fisico della vita che solo una femmina, di ogni specie nota, può dare.




Restituzione della democrazia

Vi svelerò un segreto, che hanno già abbondantemente proclamato altri, un segreto di Pulcinella: il pregiudizio non riguarda solo il genere femminile e i suoi rapporti con il maschio. Nella società della comunicazione il pregiudizio è la linea di demarcazione del potere, è la linea che distingue la democrazia dall’autarchia. Il pregiudizio non è più soltanto un fatto sociale, culturale, cognitivo, giuridico. Il pregiudizio, ogni pregiudizio, ha una precisa funzione politica.

Forse in termini quantitativi ha ragione Edgar Morin, secondo cui «la democrazia è nata in modo marginale nella storia, al fianco di imperi dispotici, teocrazie, aristocrazie, sistemi di caste. Resta marginale, nonostante l’universalizzazione dell’aspirazione democratica»[104]. Ma in termini qualitativi no, come egli stesso riconosce, la democrazia resta «il sistema politico più civilizzato»[105]. In termini qualitativi ovunque la democrazia si è affermata, è stata egemonica. La democrazia ha sempre risolto al suo interno i problemi, non deve ricorrere a nessuno. Risolve i problemi al suo interno, da sola con i propri meccanismi. Non esiste un regime post-democratico. Oltre la democrazia non può esserci un’altra democrazia. Ci sarà una diversa forma di governo, che potrà essere in mille modi ma non potrà essere democratica. La democrazia è autopoietica o non è.

Non è un caso allora che, in tutti i regimi democratici la crisi economica è stata salvata da decisione politiche; che, di fronte alla esigenza di rinnovare la democrazia, i partiti politici occidentali abbiano pensato di ricorrere alla democrazia; non è un caso che tutti, per cambiare un governo hanno deciso di rivolgersi al corpo elettorale. Tutti, tranne l’Italia. Solo l’Italia ha pensato di risolvere i problemi della sua democrazia sospendendo la democrazia. Solo in Italia, un parlamento di nominati ha nominato al Governo un suo rappresentante, appositamente nominato senatore per essere nominato presidente del Consiglio. Solo in Italia una crisi prevalentemente politica viene gestita da un tecnico dell’economia. Solo in Italia, i partiti popolari lasciano il potere alla tecnostruttura scientifico-burocratica che in gran parte ha prodotto e contrastato, nell’ambiguità radicale dell’era moderna, la crisi economica che imperversa, irrefrenabile. Eppure, uno degli elementi della degenerazione delle democrazie moderne, denunciato più volte da John Kennett Galbraith, e rimarcato ancora nel 1996 da Edgar Morin è proprio il potere degli econocrati, «capacissimi di adattare le persone al progresso tecnico, ma incapaci di adattare il progresso tecnico alle persone»[106]. Nati dentro meccanismi consolidati e conservativi delle economie moderne produttive e finanziare, privi della spinta dell’azione politica, «non possono immaginare nuove soluzioni di riorganizzazione del lavoro e di ripartizione della ricchezza»[107]. Tutto questo produce una regressione della democrazia, l’istaurarsi di «una società duale»[108], nella quale «i grandi problemi della civiltà restano concepiti come problemi privati invece di manifestarsi alla coscienza politica e al dibattito pubblico»[109]una società duale»[110] che determina «l’accentuazione della competizione economica fra le nazioni, soprattutto in una congiuntura di depressione economica, favorisca la riduzione della politica all’economia, e l’economia diventa il problema politico permanente»[111]; una regressione democratica che genera una società duale e, contemporaneamente una società duale che genera regressione democratica, in modo che, «qualora persistesse il deficit democratico, diverrà società normale»[112]. Morin ha dipinto, sedici anni prima, la situazione italiana. Un quadro ben disegnato anche da Pasolini e dalla sua denuncia sui processi di omologazione della società capitalista che più di tutti ha svuotato di significato le strutture del sistema sociale e relazionale. Uno scenario di verità, molto più modestamente, indicato anche da me come condizione moderna dell’epipower, il potere epistemologico della società della comunicazione[113].

Il problema centrale resta comunque quello della regressione democratica che non permette la soluzione dei problemi che richiederebbe una progressione democratica, appunto perché «la democrazia dipende dalle condizioni che dipendono dal suo esercizio»[114]; ovvero «la democrazia dipende dalla civiltà che a sua volta dipende dalla democrazia»[115].

Che cosa ci insegna questa opera d’arte, questo profilo puntuale e previsionale sui destini politici dell’Occidente che, come ogni opera d’arte, racchiude e rappresenta tante elaborazioni di tanti?

Ci insegna che la democrazia si costruisce sempre su un fondamento, che è la soluzione finale di tutti i sistemi politici che l’hanno preceduta. Nella filosofia politica classica le forme di governo possibili sono 3 (se si considera la natura dei governi: monocratico, aristocratico, democratico). Sono 6 se si considerano anche le tre deviazioni possibili (tirannico, oligarchico, populista). Nella filosofia politica successiva alla teoria dell’azione di Hannah Arendt, sono due: il totalitarismo e la democrazia.

Non esiste la postdemocrazia. La democrazia può essere soltanto regressiva o progressiva. Il termine, ideato nel 2003 da Colin Crouch[116], è fuorviante perché diffonde l’idea di un regime altro, esterno ed estraneo al nostro; quando invece la crisi è dentro di noi, in qualche modo siamo noi la crisi, siamo noi che svuotiamo di significato le procedure e le istituzioni della democrazia liberale: «[...]anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall'integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici»[117]. E invece la sindrome di Crouch che attanaglia le democrazie moderne è tutta dentro la democrazia e non produce un sistema nuovo ed altro, non crea uno stato postdemocratico. Se i regimi rappresentativi affrontano una profonda parabola discendente o regressiva, non vuol dire che noi stiamo entrando in un nuovo regime.

E non è solo una questione di denominazione.

È una questione concettuale. La crisi finanziaria contemporanea non permette la raffigurazione marxista di Crouch in cui la sovrastruttura politica è condizionata e condotta dall’azienda globale «istituzione chiave del mondo postdemocratico»[118].

Cambiano i contenuti, ma la logica è sempre la stessa. L’azienda non è più pesante ma leggera, il processo non è più internazionale ma globale, l’organizzazione non è più tayloristica ma decostruita[119], non è più rigida ma flessibile, non più invasiva ma “fantasma[120]. La logica, però, è sempre la stessa, è sempre il sistema economico a conformare il sistema politico. Il modello istituzionale prevalente non è politico, come per la democrazia liberale di Crouch, ma aziendale, anche per il settore pubblico, come per la democrazia liberale di Marx. Quelle che erano classi dominanti tornano ad essere lobby al potere, sempre più sottoposte al rapporto mortale e asfissiante del potere economico sugli organi pubblici[121]. La tecnostruttura al potere, funzionale agli interessi assordanti degli apparati economici finanziari, diffonde la sua verità con una retorica globale e ossessionante, con l’obiettivo di ristrutturare gli enti pubblici e renderli più attraenti ai finanziatori privati. Non è che questa visione sia totalmente sbagliata. È soltanto parziale. Vede solo alcuni effetti della quarta cosmogonia, dell’avvento dell’epipower, il potere epistemologico della verità sulla realtà.

La nuova condizione politica non ha bisogno di cambiare regime. Non ha bisogno di passare da uno stato di democrazia ad uno stato di post-democrazia. Può semplicemente modificare la morfologia del sistema in cui vive sia esso democratico, totalitario, tirannico, oligarchico o, con terminologia indefinita, postdemocratico. In qualsiasi sistema politico ciò che si afferma e che cambia, ciò che cambia e fa cambiare le cose è la connotazione del potere, nelle sue prevalenti espressioni economiche, politiche e/o sociali. In ogni sistema la connotazione del potere si definisce in base a 3 addensatori di energia: il meccanismo fiscale (potere economico), il meccanismo elettorale (potere politico), il meccanismo della comunicazione (potere sociale). La democrazia è progressiva o regressiva in funzione della struttura di questi 3 addensatori di energia: se sono semplici, comprensibili e controllabili, allora possono essere riformati, e la democrazia diventa progressiva; viceversa, quando sono incomprensibili, complicati e incontrollabili, si determinano dei vuoti politici, degli autentici buchi neri che assorbono l’intera energia sociale e determinano una regressione involontaria della democrazia.

In Italia abbiamo sempre avuto un tutti e tre gli addensatori di energia sempre incontrollabili, incomprensibili e complicati. In che cosa potevamo sperare? Si sono prodotti dei buchi neri in cui sono crollati tutti i tentativi di riforma. Se non riusciremo a rendere semplici, controllabili e comprensibili il meccanismo fiscale, quello elettorale e quello comunicativo, dalla crisi non usciremo. Ma guarda caso gli intenti riformatori del ceto politico nostrano non sono mai stati indirizzati verso questi tre connotati, in grado di rafforzare il consenso e la partecipazione di tutti i cittadini che devono essere sempre messi nella condizione di comprendere e controllare il meccanismo della tassazione, quello della elezione e quello della comunicazione. Ogni riforma tentata ha complicato, reso sempre meno comprensibile e certamente incontrollabile i meccanismi di reclutamento delle risorse, delle persone e delle idee. Come funzionano davvero nessuno lo sa, tranne un piccolo apparato di tecnici a cui dobbiamo credere per fede. Tutta la regressione democratica che in Italia (e fors’anche in Europa) stiamo vivendo, che ha per emblema un governo nominato da nominati, è tutta in questi buchi neri che assorbono la nostra energia, sorti a causa della complicazione (che produce burocrazia), della incomprensione (che produce delegittimazione) e della incontrollabilità (che produce corruzione) dei nostri tre addensatori di energia. Tutta la progressione democratica, nonostante la dirompenza della crisi, è tutta il prodotto del semplice, controllabile e comprensibile funzionamento del meccanismo fiscale, di quello elettorale e di quello della comunicazione. Il resto sono orpelli, faticose rincorse, decisioni inutili, stress quotidiano e privilegio individuale; comprese le insignificanti categorie postdemocratiche della filosofia politica.

È su questi fattori che le donne devono lavorare politicamente per costruire una democrazia priva di pregiudizi di genere. Sulla comunicazione, naturalmente, ma anche sul sistema fiscale, con una riforma che favorisca la crescita professionale e sul sistema elettorale che apra spazi decisionali indipendentemente dai pregiudizi che escludono i generi. Più di chiunque altro, spetta alle donne trasformare una democrazia regressiva in una democrazia progressiva.


Conclusione

Riporto senza commenti questo testo di Bertrand Russell del 1956 la cui lungimiranza è sconcertante: «Gli psicanalisti hanno studiato le manifestazioni individuali di questo processo nei folli, accertati o meno. L'uomo che ha sofferto una qualche umiliazione si inventa una teoria, secondo la quale egli è re d' Inghilterra, e sviluppa ogni sorta di ingegnose ragioni per spiegare il fatto di non essere trattato con tutto quel rispetto che la sua altissima posizione imporrebbe. In questo caso, la sua illusione non è tale da suscitare le simpatie dei vicini, i quali perciò lo rinchiudono in un manicomio. Ma se invece di asserire unicamente la sua grandezza, il paziente asserisce anche quella della sua nazione [MAGA, Make America Great Again, o Prima gli Italiani, nda] o della sua classe [sostenere gli imprenditori per garantire lo sviluppo, nda] o del suo credo (il comunismo è scientifico, nda), egli riesce a guadagnarsi schiere di seguaci e diventa capo politico o religioso, anche se, a un osservatore imparziale, le sue opinioni possono sembrare non meno assurde di quelle d'un ricoverato al manicomio. In tal modo si origina una psicosi collettiva, che segue leggi assai simili a quelle della psicosi individuale Ognuno sa quanto sia pericoloso discutere con un pazzo che si crede re d'Inghilterra; ma poiché egli è isolato, è facile averne ragione. Quando tutta intera una nazione ha subito una delusione, la sua ira è dello stesso genere di quella del singolo pazzo quando le sue pretese sono messe in discussione: ma non c'è che la guerra che la possa ridurre alla ragione»[122].


Questa psicosi collettiva è indotta dal pregiudizio che, nella società della comunicazione, è lo strumento principe della autoaffermazione, della propria esaltazione e della prostrazione cognitiva di intere cittadinanze trasformate in popolazioni di utenti.

E se i cittadini partecipano, gli utenti applaudono.

Il pregiudizio è la totalizzante, assoluta, detestabile esclusione dell’altro.

È la massima espressione di quella «sintesi egologica» che Donatella Di Cesare, in una pagina meravigliosa del suo ultimo libro, considera come «totalitarismo ego-centrico», che «è il totalitarismo del soggetto che ha preteso di essere il legislatore dell’universo, di istituirne il senso, di sistemarlo chiudendolo intorno a sé e annientando l’altro»[123]. E lo fa con il pregiudizio, che è la sua arma di difesa e di conquista. Il pregiudizio, per affermarsi, spezza ogni connessione, si impone, imprime la sua supremazia e reclama prostrazione.

Il pregiudizio è un’affermazione senza responsabilità.

Ciascuno si vanta di dire ciò che pensa, ma pochi pensano a ciò che dicono.

Il pregiudizio apre le porte a scenari di verità che quasi mai sono corrispondenti alla realtà.

Ho già proposto[124] l’evento storico ricordato da Maurizio Ferraris, secondo cui “Ezio, generale romano, detesta il conte Bonifacio, che governa l’Africa. Allora insinua in Galla Placida, reggente per conto di Valentino II, il sospetto che sia un traditore. La prova provata, suggerisce Ezio, potrà ottenerla invitando i Bonifacio a Ravenna, alla corte imperiale; di sicuro si rifiuterà di andarci. Poi scrive a Bonifacio avvisandolo che Galla Placida medita di ucciderlo, e consigliandogli di rifiutarsi di andare a corte, perché non ne sarebbe uscito vivo. Galla Placida invita Bonifacio, questi rifiuta e viene considerato come un traditore. Il gioco è fatto, e dubito che Ezio, per giocarlo, abbia dovuto trovare conforto nella lettura dell’Encomio di Elena di Gorgia. Si tratta di una procedura standard tra politici abituati a vivere nel mondo reale.[125]

Evidentemente, gli scenari di verità fondati su astuti pregiudizi sono stati abbondantemente testati nella storia. Anche qui: si diffonde la notizia che gli immigrati invadono le nostre città e minacciano la nostra vita; sulla spinta di una paura psicotica di massa si assume la gestione del governo nazionale; si fa approvare dal Parlamento controllato una legge che scaccia gli immigrati dai centri di accoglienza; gli immigrati scacciati dai centri di accoglienza non possono che sostare nelle nostre piazze e dormire sotto i nostri ponti, nelle strade e sembra che invadano le nostre città; gli immigrati non rimpatriati minacciano la collettività con reati necessitati dalla sopravvivenza; i reati commessi giustificano il pregiudizio e ne legittimano il ruolo e il potere. Non è soltanto uno dei meccanismi della post verità. È una produzione post (a posteriori) della realtà. E questo è il grande errore di Maurizio Ferraris. Il suo libro è molto bello. Ci accomunano gli stessi termini, la stessa concezione, gli stessi riferimenti. Bisogna certamente leggerlo. Non è obbligatorio condividerlo. Tantomeno condividerlo tutto.

La dizione da condividere di meno è proprio quella di post-verità. Si usa il termine post, quando non si sa come denominare il futuro, l’avvento del nuovo. Post-verità non significa nulla. Più preciso, per me, è “scenari di verità”, cioè la scissione tra verità e realtà; la possibilità del potere, nella società della comunicazione, di imporre una verità totalmente falsa e poi costruire una realtà che ne offra una giustificazione o addirittura una prova. D’altronde però, anche questo, non è per niente nuovo. Il potere millenario della Chiesa docet.

La possibilità è che dalla post verità, specie quella indotta dalla propaganda totalitaria delle tv generaliste pubbliche e private, si può, sebbene non facilmente, uscire. Bisogna sottoporre le parole vuote e vacue, le verità pretese alla dura sequenza dei fatti storici, della nuda e cruda vita anche quotidiana.

Invece, dal pregiudizio e dalla realtà costruita a posteriori, non si esce più. Ne sia prova il fatto che dal calendario datato dalla nascita di Cristo ormai nessuno più può uscirne. Ogni volta che sostituiamo un teatro o una libreria con un centro commerciale, possiamo difficilmente tornare indietro, abbiamo costruito una realtà non più reversibile.

Per nostra sfortuna, il pregiudizio non è il cra cra delle ranelle politiche, come diceva Pascoli. È il fondamento della costruzione di una realtà a posteriori. E il potere della società della comunicazione è dato dalla capacità di costruire “scenari di verità”, che non devono essere necessariamente corrispondenti, o meglio simbiotici, con la realtà; ma che possono diventare realtà dopo che sono state mentalizzate.



Che fare?

Molto possiamo fare noi, ora, assumendo la responsabilità e il peso della parola. L’educazione, la discussione, il confronto critico è questa «torsione» verso la responsabilità, verso «l’inquietudine della responsabilità, l’importanza del rispondere»[126].

Rispondere a chi?

«Rispondere agli altri degli altri – questo impegno preliminare – è la stessa solidarietà umana che precede la libertà»[127]. A sua volta, questa solidarietà è la «responsabilità di un sé vulnerabile, destabilizzato dall’altro, e proprio perciò libero»[128].

Per questo scrivo qui. Non per «l’in-sistere asfittico»[129] del mio io, ma, contro il pregiudizio autoreferenziale e exofobico, per essere destabilizzato dall’altro, da voi che siete «le ali che non ho»[130].





Note

[1] HUSSERL E., La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, Milano 2015
[2] tratto dall'opera Amleto di Shakespeare.
[3] ROVELLI C., Sull’eguaglianza di tutte le cose, Adelphi, Milano 2025, 46
[4] ROVELLI C., cit. 2025, 53
[5] BORN M., My life: Recollections of a Nobel laureate, Taylor & Francis, London 1978
[6] DI CESARE D., Tecnofascismo, Einaudi, Torino 2025, 54
[7] DI CESARE D., cit. 2025, 54
[8] SARTORI G., Politica. Logica e metodo delle scienze sociali, Sugarco, Milano 1979
[9] KLEMPERER V., LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, La Giuntina, Firenze, 1998
[10] KLEMPERER V., Testimoniare fino all’ultimo. Diari 1933-1945, Mondadori, Milano 2000
[11] SANTERINI M., Stranieri morali. Guerra e pace tra le culture, Bollati Boringhieri, Torino 2025, 82
[12] Ad esempio, la parola Volk, "popolo", era utilizzata dalla propaganda nazista come prefisso per tutta una serie di espressioni che volevano significare la dedizione dei nazisti a servizio del popolo
[13] Ad esempio, il riutilizzo di simboli runici antichi serviva a dare l'impressione di incarnare la vera Germania antica; o, in Italia, le grandi adunate fasciste negli stadi, i saluti con la mano tesa, le camicie nere, gli stendardi, il tribuno che arringa la folla, ecc…
[14] BARROW J. – TIPLER F. J., Il principio antropico, Adelphi Milano 2025, 26
[15] BARROW J. – TIPLER F. J., cit. 2025, 26
[16] ROVELLI C., cit. 2025, 14
[17] ROVELLI C., cit. 2025, 21
[18] DI CESARE D., cit. 2025, 50
[19] VATTIMO G., Essere e dintorni, La nave di Teseo, Milano 2018, pag. 13
[20] VATTIMO G., cit. 2018, pag. 83. So che Vattimo sostiene che la sofferenza trasforma l’ermeneutica, che è interpretazione degli eventi e non una ideologia, non è cioè una metafisica oggettivistica, in “filosofa della storia” e, dunque, nel criterio interpretativo della totalità degli eventi nella storia.
[21] RUSSELL B., Sogni e fatti, in Saggi Scettici, Longanesi TEA, Milano 1995, 19
[22] RUSSELL B., cit. 1995, 19
[23] RUSSELL B., cit. 1995, 19
[24] RUSSELL B., cit. 1995, 19
[25] RUSSELL B., cit. 1995, 20
[26] RUSSELL B., cit. 1995, 21
[27] Come per Nazismo, che è una crasi di Socialismo Nazionale, poi Nazional-Socialismo e poi Nazismo.
[28] HOFSTADTER D., Gödel, Escher, Bach. Un'eterna ghirlanda brillante, Adelphi, Milano 1990
[29] POPPER K., Congetture e Confutazioni, Il Mulino, Bologna 1963
[30] CECI A., Intelligence e democrazia. La relazione responsiva nella società della comunicazione, Rubettino, Soveria Mannelli 2007
[31] ECO U., In nome della rosa, Bompiani, Milano 1980
[32] CALIGIURI M., Intelligence, Treccani, Roma 2025
[33] CALIGIURI M., cit.2025, 62
[34] Per economia del testo ho evitato esempi ma c'è ne sono una infinità
[35] DIDEROT D. in collaborazione con LE ROND D’ALEMBERT J. B., Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, Éditions Flammarion, Paris 1993 Paris, trad. it. Casini Paolo(a cura di), Enciclopedia, o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, ordinato da Diderot e d'Alembert, Laterza, Roma-Bari 1968.
[36] ARENDT H., Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino 2004
[37] RECALCATI M. (a cura di), Forme contemporanee del totalitarismo, Bollati Boringhieri, Torino 2007
[38] RECALCATI M. (a cura di), cit. 2007
[39] https://www.youtube.com/watch?v=-BZVHwkAaHY
[40] RECALCATI M. (a cura di), cit. 2007
[41] RECALCATI M. (a cura di), cit. 2007
[42] RECALCATI M. (a cura di), cit. 2007
[43] PELLICANI L., La dinamica delle rivoluzioni, Sugarco, Milano 1974, 162
[44] PELLICANI L., cit. 1974, 162
[45] VARRACCHIO V., Il socialismo di Luciano Pellicani, Rubettino, Soveria Mannelli 2024, 23
[46] SWANWICK M., L’intrigo wetware, Nord, Milano 1989
[47] GIMBUTAS M., Le dee viventi, Medusa, Milano 2005
[48] GOETTNER-ABENDROTH H., Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato, Mimesis, Milano 2022
[49] CECI A., Femminicidio: il crimine di Dio. Sulla espropriazione antropologica della genesi, in Rivista Italiana della Sicurezza, Teasis Engineering Edizioni, Priverno 2018
[50] GIMBUTAS M., cit. 2005
[51] GIMBUTAS M., cit. 2005
[52] GIMBUTAS M., cit. 2005
[53] GIMBUTAS M., cit. 2005
[54] ZĀLAI-GAÀL I., Közép-Europai neolitikus temetök social-archeologiai elemzése, Bi Balogh Ádam Múzeum Ėvkönyve, 14, 1988
[55] Si tratta di piccoli nuclei di popolazione in forte espansione demografica che dalla penisola balcanica vanno a occupare nuovi territori, scegliendo quelli più adatti allo svolgimento delle forme di produzione del cibo. Le testimonianze archeologiche mostrano estensioni molto vaste, che arrivano a superare i 50 ha nel caso di Olszanica, in Polonia con una forte stabilità nel tempo dell'insediamento legati dall'allevamento del bestiame.
[56] GIMBUTAS M., cit. 2005
[57] GIMBUTAS M., cit. 2005
[58] GIMBUTAS M., cit. 2005
[59] GOETTNER-ABENDROTH H., Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia Occidentale e Europa, Mimesis, Milano 2023
[60] GOETTNER-ABENDROTH H., cit. 2023
[61] GOETTNER-ABENDROTH H., cit. 2023
[62] GOETTNER-ABENDROTH H., cit. 2023
[63] GOETTNER-ABENDROTH H., cit. 2023
[64] GOETTNER-ABENDROTH H., cit. 2023
[65] GOETTNER-ABENDROTH H., cit. 2023
[66] GOETTNER-ABENDROTH H., cit. 2023
[67] BUCCELLATI G., Alle origini della politica, la formazione e la crescita dello stato in Siro-Mesopotamia, Jaca Book, Milano 2013, 9
[68] BUCCELLATI G., cit. 2013, 9
[69] BUCCELLATI G., cit. 2013, 18
[70] ŽIŽEK S., Benvenuti in tempi interessanti, Ponte delle Grazie, Milano 2012
[71] ENGELHARDT U. T., Manuale di bioetica, Il Saggiatore, Milano 1999
[72] SANTERINI M., cit. 2025, 9
[73] SANTERINI M., cit. 2025, 10
[74] RIOUX J-P., La rivoluzione industriale, Garzanti, Milano 1976
[75] SCHUMPETER J., Capitalismo, Socialismo e Democrazia, Meltemi, Milano 2023
[76] MURGIA M., Futuro anteriore, Einaudi, Torino 2015
[77] MURGIA M., cit. 2015, 68/69
[78] MURGIA M .,cit. 2015, 69
[79] MURGIA M .,cit. 2015, 70
[80] MURGIA M .,cit. 2015, 70
[81] MURGIA M .,cit. 2015, 71/72
[82] SANTERINI M., cit. 2025, 43
[83] ILLICH I., La convivialità. Una prospettiva libertaria per una politica dei limiti allo sviluppo, Red Edizioni, Milano 2013
[84] SANTERINI M., cit. 2025, 45
[85] MARAINI D., La bambina e il sognatore, Rizzoli, Milano 2015
[86] MARAINI D., cit. 2015
[87] MARAINI D., cit. 2015
[88] MARAINI D., cit. 2015
[89] MARAINI D., cit. 2015
[90] PASOLINI P. P., “Sesso, consolazione della miseria”, in Religione del mio tempo, Garzanti, Milano 1961
[91] PASOLINI P. P., cit. 1961
[92] PASOLINI P. P., cit. 1961
[93] PASOLINI P. P., cit. 1961
[94] PASOLINI P. P., cit. 1961
[95] PASOLINI P. P., cit. 1961
[96] BAUMAN Z., Retrotopia, Laterza, Bari 2007, 132-133
[97] PASOLINI P. P., cit. 1961
[98] PASOLINI P. P., cit. 1961
[99] BROWMILLER S., Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale, Bompiani, Milano 1976, 13
[100] CECI A., Femminicidio: il crimine di Dio, relazione al Convegno “Sembrava amore tra bravi ragazzi. Il femminicidio tra normalità e devianza”, in Rivista Italiana della Sicurezza, Gennaio – Aprile 2018
[101] GRAF A., Miti, leggende e superstizioni nel Medio Evo, Bruno Mondadori, Milano 2006
[102] GRAF A., cit. 2006
[103]Se morissi questa notte / Se morissi questa notte / se potessi morire / se io morissi / se questo coito feroce / interminabile / combattuto e senza clemenza / raggiungesse il suo apice / e si afflosciasse / se proprio adesso / se adesso / morissi socchiudendo gli occhi / sentissi che è fatta / che ormai l’affanno è cessato / e la luce non fosse più un fascio di spade / e l'aria non fosse più un fascio di spade / e il dolore degli altri e l'amore e vivere / e tutto non fosse un fascio di spade / e finisse con me / per me / per sempre / e che non dolesse più / e che non dolesse più.
[104] MORIN E., La mia sinistra, Erikson, Trento 2011
[105] MORIN E., cit., 2011
[106] MORIN E., cit., 2011
[107] MORIN E., cit., 2011
[108] MORIN E., cit., 2011
[109] MORIN E., cit., 2011
[110] MORIN E., cit., 2011
[111] MORIN E., cit., 2011
[112] MORIN E., cit., 2011
[113] CECI A., cit., 2012
[114] MORIN E., cit., 2011
[115] MORIN E., cit., 2011
[116] CROUCH C., Postdemocrazia, Laterza, Bari 2003
[117] CROUCH C., cit., 2003
[118] CROUCH C., cit., 2003
[119] La “capacità di decostruzione è la forma più estrema assunta dal predominio dell'azienda nella società contemporanea” , CROUCH C., cit., 2003.
[120] CROUCH C., cit., 2003
[121]Oggi [...] a causa della crescente dipendenza dei governi dalle competenze e dai pareri di dirigenti delle multinazionali e grandi imprenditori e della dipendenza dei partiti dai loro finanziamenti, andiamo verso la formazione di una nuova classe dominante, politica ed economica, i cui componenti hanno non solo potere e ricchezza in aumento per loro conto via via che le società diventano sempre più diseguali, ma hanno anche acquisito il ruolo politico privilegiato che ha sempre contraddistinto l'autentica classe dominante. Questo è il fattore centrale di crisi della democrazia all'alba del XXI secolo”, CROUCH C., cit., 2003.
[122] RUSSELL B., cit. 1995, 9 - 10
[123] DI CESARE D., cit. 2025, 48
[124] CECI A., Cosmogonie del potere, Ibiskos, Empoli 2012
[125] FERRARIS M., Post-verità e altri enigmi, Il Mulino, Bologna 2017, 27
[126] DI CESARE D., cit. 2025, 49
[127] DI CESARE D., cit. 2025, 50
[128] DI CESARE D., cit. 2025, 50
[129] DI CESARE D., cit. 2025, 50
[130] DI CESARE D., cit. 2025, 50



Bibliografia

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