ANCORA PER UNA NUOVA ANTROPOLOGIA DELLA SICUREZZA
Sarebbe un enorme privilegio se io dicessi a qualcuno di voi: "tu sei tutto ciò che io non sono". Da quel momento, infatti, io non potrei mai più definirmi senza definire automaticamente e inevitabilmente anche lui. Il nostro legame, sebbene in opposizione, sarebbe comunque e definitivamente inscindibile.
Per molti anni noi abbiamo raggionato così, con una struttura logica dicotomia, dialettica, oppositiva.
Si chiamano opposti complementari: non possiamo definire il bene senza definire contemporaneamente il male.
Anzi, più precisamente: esiste il Bene perché esiste il suo opposto complementare del Male; esiste la Vita solo in costante relazione con il suo opposto complementare della Morte; esiste la pace solo come opposto complementare della guerra.
Allo stesso modo, non riusciamo a definire il problema della sicurezza senza dover contemporaneamente stabilire il problema della insicurezza. Direttamente o indirettamente ci siamo formati su una struttura logica dialettica in cui l'uno si definisce quasi esclusivamente come opposto complementare di un altro.
Oggi però viviamo nei "tempi interessanti" della quarta mutazione, l'avvento della società della comunicazione, e la logica dialettica oppositiva non ci basta più, non funziona più, è una verità che non rappresenta più assolutamente la condizione della realtà. E lo vediamo proprio a partire dal concetto di SICUREZZA che non è più opponibile al concetto di INSICUREZZA; una impossibilità tanto più evidente quanto più è posto in relazione al concetto di Salute.
A differenza della logica computazionale, composta dalla dialettica oppositiva del Vero e del Falso, la logica quantistica, che caratterizza la nostra epoca storica, è fatta di intervalli: una asserzione può essere contemporaneamente vera e falsa. All'interno di un intervallo noi siamo allo stesso tempo sicuri e insicuri, in salute e malati e, come il gatto di Sherdingher, vivi e morti nello stesso istante. Vige un principio probabilistico universale.
Forse non il primo, ma certamente l'autore più rilevante a fondare la cognizione dialettica/dicotomica tra sicurezza e insicurezza è stato Thomas Hobbes.
Nel 1651, subito dopo la guerra civile inglese, Thomas Hobbes. Pubblicò un libro dal titolo “LEVIATHAN, or The Matter, Forme and Power of a Commonwealth Ecclesiasticall and Civil.”
Si tratta di un testo a cui hanno fatto riferimento popolazioni di filosofi e scienziati della politica, giuristi, sociologi e letterati. Il tema centrale della teoria di Hobbes è la paura, madre paura, come la defini Rosellina Balbi, madre e matrigna, la paura dell'uomo per la costante minaccia alla propria vita, “solitaria, povera, brutale e breve.”
Brutale, appunto.
Perché?
Perché senza un principio regolatore gli uomini vivono in una situazione di costante belligeranza, quando "Homo Homini Lupus", quando cioè l'uomo è un lupo per l'uomo.
Il principio regolatore che ci fa passare dallo stato di natura alla società è per Hobbes la forza, la forza collettiva dei deboli associati in uno Stato che possono esercitare un potere pubblico superiore al sopruso della forza privata esercitata da qualsiasi singolo individuo. Grazie allo Stato, al Leviatano, gli esseri umani possono superare la condizione permanente di “guerra di tutti contro tutti" e regolamentare il conflitto con la Legge.
In altri termini, gli uomini sottoscrivono un vero e proprio Contratto Sociale, in cui, per ottenere maggiore ordine e sicurezza tramite lo Stato sovrano, tramite il Leviatano, cedono parti della loro libertà.
Tuttavia, per quanto radicale (e troppo spesso radicalizzata) questa ipotesi di Hobbes è totalmente sbagliata. I recenti studi di sociobiologia e di antropologia ci informano che questa fantomatica epoca anarchica di lotta solitaria dell'uno contro l'altro, non è mai esistita. Anzi ormai sappiamo proprio l'accoglienza, il riconoscimrnto dell'altro secondo il duplice principio della diversità e della similarità, che la costruzione degli habitat, cioè la socialità è la connotazione fondamentale del vivente. Infatti, tutti gli esseri viventi noti sono tutti esseri sociali. Abbiamo assistito, come scrive Wilson, alla conquista sociale della terra. E per noi umani, questa socialità che non nasce dalla forza (come pretendeva Hobbes) ma dalla collaborazione, è stato il carattere più della forte nostra fitness evolutiva. Preso dalla esaltazione filosofica del superuomo Nietzsche attribuiva all'umano un simbolismo animale. Ripeteva che le aquile vanno sole i corvi vanno in branco. Totalmente sbarellato, sia perché nemmeno le aquile vanno sole, sia perché i viventi che vanno insieme non fanno branco ma organizzazione sociale. Gli umani in particolare fanno comunità, società, sistemi, network. Una grandezza collettiva che il romanticume ottocentesco, eroico e contemporaneamente nichilista, di Nietzsche non sapeva vedere.
Noi invece, uomini moderni, sappiamo che solo nella socialità troviamo la sicurezza della sopravvivenza, la forza della nostra evoluzione, perché solo con la socialità possiamo curarci e solo con la socialità possiamo salvarci. E sappiamo, grazie al prezioso susilio di Bertrand Russell, che l'energia necessaria, indispensabile, della nostra socialità è il potere, cioè che (questa la sua formula) il potere sta alle scienze sociali come l'energia alla fisica. Senza il concetto di energua non si capisce nulla di fisica. Senza il cincetto di potere non si capisce nulla di scienze sociali.
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