STATELESS - Piattaforme Continentali di Nazionalità - 5
L’Europa è un’eco che rimbalza dentro la provincia italiana. La senti di controbalzo. Sai che ha emanato una direttiva, che ha finanziato un progetto, che devi passare per la Regione, che nel futuro darà i contributi allo Stato, che ci sono tanti soldi inutilizzati per incapacità, che molti li hanno presi senza sapere mai come sono stati davvero dati, come selezionati i fortunati e perché. L’Europa è un’eco, un po’ pneumatica e molto ripetuta, sempre dietro, sempre un po’ più in là, che riecheggia senza diventare mai un voce, mezza governance e mezzo governo, mai un intero, cittadinanza senza nazionalità e amministrazione senza Stato. L’Europa è un’eco che ti viene dietro, dopo. Ed io sono sempre stato molto diffidente di chi non ti dice le cose in faccia.
L’Europa è un potere acefalo, come la Palestina, senza vertice, senza centro. E questa potrebbe essere anche la sua forza e la sua modernità. Acefalo è quel potere che non ha testa. È un potere senza comando, talvolta senza direzione. È un potere senza dizione e spesso senza rappresentazione. Tuttavia questo non avere uno Stato, una struttura piramidale o sistemica legittimata, non avere una polizia e un esercito, una magistratura, una organizzazione penale, non avere lo scheletro rigido e dritto degli Stati novecenteschi potrebbe anche essere un vantaggio. Il futuro non è lo Stato. Il presente-futuro è la nazionalità continentale, grandi piattaforme di umanità in grado di autogestire la propria propensione al consumo. Lo scontro nel mondo è questo. Le guerre che abbiamo combattuto sono state un tentativo di furto della propensione al consumo di nazionalità oltre gli stati, distese in aree geografiche attigue, in piattaforme continentali. Ciò che lega gli arabi, i cinesi, gli indiani, i sudamericani, gli americani e gli europei, non sono i loro governi, tecnostrutture funzionali alle esigenze economiche delle lobbies vincenti. Ciò che lega le piattaforme continentali di nazionalità è la governance: il più significativo connotato europeo. Anzi, il deficit europeo non è l’assenza di un governo statale, che pure forse un giorno ci vorrà, ma di non spingere decisamente e definitivamente sulle politiche di governance diretta, verso cittadini e associazioni. L’Europa insiste, nella illusione di costituire un potere centrale, a parlare agli e tramite gli Stati che la compongono.
L’Europa è una formalità senza forma. Nessuno dei fattori morfologici che danno forma ad un sistema politico, sono attivi e funzionanti in Europa. Non c’è un meccanismo elettorale comune, e quindi, nemmeno un ceto politico europeo. Ci sono parlamentari europei italiani, francesi, tedeschi, olandesi, svedesi, inglesi, spagnoli ed altri nel parlamento europeo, eletti con i meccanismi elettorali stabiliti dai rispettivi paesi, ma non ci sono parlamentari europei eletti con un solo meccanismo elettorale europeo. I membri nella commissione sono nominati dagli Stati partecipanti e il tentativo di Prodi di essere eletto dal Parlamento Europeo, non ha avuto clamorose conseguenze. Non c’è un sistema fiscale europeo e quindi, a rigore, non ci sono nemmeno risorse proprie dell’Unione Europea. Alla fine i fondi che agli Stati vengono resi, in altra forma, sono i soldi che gli Stati versano. Non c’è una gestione della comunicazione comune, intendendo con questo anche il sistema scolastico e la fruizione culturale. Non c’è una norma di controllo comune dei monopoli comunicativi, non c’è un percorso scolastico europeo, molta cultura degli Stati europei è addirittura ignota alla maggior parte dei suoi cittadini. E se una gestione comune della comunicazione non c’è, la indispensabile produzione di idee che permette ad una identità accennata di valorizzare se stessa e costruire il proprio modello culturale di orientamento all’azione non si determina. Senza i tre fattori morfologici dei sistemi politici una comune identità e la reciproca identificazione è impossibile.
L’Europa è un opportunismo senza opportunità. Jean Monnet è stato uno dei padri fondatori dell’Unione Europea. Egli fu il teorico del cosiddetto metodo marginal-funzionalista, cioè di quel metodo che, senza ledere le pesanti e invadenti sovranità dei singoli Stati Europei, potesse integrare in modo marginale i settori economici funzionali ad uno sviluppo collettivo delle singole nazionalità europee. Opportunismo, appunto. È stato un metodo importante, in un’epoca in cui soggetti europei, che venivano da una storia di guerre reciproche, dovevano imparare a conoscersi, a condividere e a compartecipare, fino alla definitiva Unione Politica che ancora oggi trova non poche difficoltà. Grazie al metodo margina-funzionalista di Jean Monnet sono stati costituiti i primi nuclei di comunità, ad esempio quella del carbone e dell’acciaio, che, dai trattati di Roma, ci hanno portato al massimo della integrazione possibile. Oggi possiamo valutare anche i limiti di quel metodo, nel fatto che, in assenza di una decisione politica iniziale, anche gli organi politici dell’Unione Europea stentano a nascere. Una Europa costruita eccessivamente sugli interessi nazionali, ha enormi difficoltà a diventare organizzazione politica, e rischia di restare circoscritta alla comunità degli interessati. Jean Monnet aveva perfettamente coscienza di questo possibile deficit, ma, in quelle circostanze storiche, non poteva che utilizzare il suo metodo marginal – funzionalista per ottenere quanto poteva e per portarci fino alla realizzazione di una moneta comune grazie alla quale si sta sviluppando una coscienza comune che ci porterà alla costituzione di un comune soggetto politico europeo. Per evitare i limiti del metodo marginal – funzionalista di Jean Monnet è necessario riformulare il contratto sociale europeo, addirittura invertendo il metodo stesso. È necessario realizzare un accordo politico di reciproca integrazione e vincolare al partenariato le reciproche organizzazioni amministrative. Sarebbero da favorire i processi di integrazione.
L’Europa è un’unione senza unità. Il caso emblematico è il percorso scolastico. Non esiste una didattica europea. Non esiste una scuola europea. Esistono istituti statali riconosciuti nella Unione, ma non un percorso scolastico europeo, non un titolo europeo. E come è possibile costituire una identità nazionale senza condividere i processi di apprendimento, in termini di didattica e di contenuti scolastici? La unità europea passa inevitabilmente nella coscienza collettiva costruita tramite i processi di comunicazione e i programmi scolastici. Realizzare una scuola europea, magari inserendo segmenti di percorsi scolastici comuni nelle strutture già operanti, è il presupposto della unità dell’unione. Questo è un progetto all’altezza dei tempi e delle esigenze europee, non grandi e impegnative decisioni politiche, ma la integrazione dei programmi didattici per la attribuzione di un titolo europeo.
Perché non accade?
Perché queste cose in se semplici, per cui basta semplificare delle procedure e alcuni programmi fondamentali, non si fanno?
Perché, soffocato dal proprio provincialismo culturale, l’Europa è ancora una nazione senza nazionalità.
Forse è vero, come afferma troppo di sfuggita qualche leader politico nostrano, che questa consultazione elettorale rappresenta un “passaggio di fase” o, come meglio si dice oggi, una transizione politica. Ma questa intuizione non è nei concetti e nemmeno nelle concezioni, non è nelle dizioni, non è nei linguaggi, tantomeno è nelle analisi e nelle soluzioni. Siamo bombardati da messaggi banali, indirizzati a un target comunicativo emozionale e generalista, semplici, semplicistici e semplificati. In ogni caso inutili e inutilizzabili. In realtà non si tratta nemmeno di efficace strategia comunicativa, non si tratta di una tattica per la mediatica penetrazione dei messaggi. Si tratta di pensieri semplici, banali e noiosi espressi da menti semplici, banali e noiose; che ammantano con la baldanza dei sergenti o la spavalderia dei tecnicismi la loro endemica e strutturale ignoranza. Ci frequentano tanti medici di campagna di manzoniana memoria, con dialetti opportuni e latinismi opportunistici, ma nessuno che sappia interpretare i segnali del tempo. Vedono gli alberi, ma non vedono la foresta. Nessuno sa davvero da cosa dipende questa crisi, nessuno conosce davvero le soluzioni, si va per tentativi ed errori, senza alcuna ipotesi, davvero nessuno sa che cosa fare. Cercano soluzioni economiche, considerando un mondo circoscritto in un mercato chiuso, sia esso nazionale, europeo, al più occidentale. E continuano a soffocarci con un incomprensibile slang da commercialisti esperti che non riescono mai a diventare economisti, ignorando totalmente di essere di fronte ad una irreversibile crisi politica.
Il problema politico centrale dell’Occidente, più ancora dell’Europa, è la sua ignoranza politica. Ignora che il suo ruolo di ricco centro direzionale, nel mondo, è finito. Ignora che, la sua fortuna, nata da un welfare nei mercati interni, può resistere soltanto se si inaugura un welfare per i mercati esterni, planetario, in grado di risolvere i problemi della estesa povertà nel mondo. Nasconde che questa crisi è il prodotto delle guerre scatenate con la scusante terroristica nel primo decennio del XXI secolo e che non si sono mai concluse, guerre finalizzate a rubare propensione al consumo ai mercati interni di altri, per poter risolvere la propria crisi di sovrapproduzione. Ci asfissiano con il problema di una manodopera troppo costosa per assicurare ricchezza e occultano tranquillamente il dato oggettivo che, dovunque siano andate a recuperare manodopera a bassissimo costo, le imprese, tutto hanno fatto tranne che generare ricchezza. La ricchezza più diffusa è dove ci sono più diritt. Non è la ricchezza che permette i diritti. Sono i diritti che producono ricchezza. Ignorano totalmente che il presente e il futuro politico del pianeta sono piattaforme continentali di nazionalità, oltre gli stati, oltre i governi, per politiche di governance verso popolazioni che parlano la stessa lingua, che hanno la stessa cultura, che si riconoscono e che si identificano. È già così in Sudamerica, nel mondo arabo, in Cina, in India. Mediamente più di un miliardo di persone che sanno di avere, ovunque si trovano, la stessa nazionalità anche se non sono della stessa nazione. È gente che non ha avuto il welfare e che ancora deve iniziare a consumare. L’unico continente in cui questa condizione non c’è è proprio l’Europa che deve spingere di più, molto di più sulla propria nazionalità se vuole stare alla pari con il resto del mondo. Ignorano che per migliorare la propria vita non bisogna correre dietro, con infinito affanno, ai problemi immediatamente percepibili, ma che bisogna accelerare le riforme strutturali, quelle che riguardano i fattori morfologici, cioè quei fattori che danno la forma e la connotazione a un sistema politico. Sono solo 3: il meccanismo elettorale per la selezione del personale politico; il meccanismo fiscale per il reperimento delle risorse e la determinazione dei ritmi di crescita o di sviluppo; il meccanismo di comunicazione sociale, comprensivo della istruzione, della cultura, della ricerca scientifica e dei saperi, per la generazione delle idee. Ma l’Occidente, per amore e per calcolo, ignora tutto questo. Costruisce scenari di verità a cui adattare la realtà. Scenari di comodo per realtà accomodate. Molte volte riesce. Altre volte, sempre di più, gli scenari di verità indotti diventano insopportabili e la realtà gli si gira contro. Il rifiuto del mondo lascia l’Occidente incredulo, stupito, atterrito dal fatto di non essere stato creduto. L’Occidente è un bambino viziato che pretende di essere apprezzato per il fatto che esiste, senza doversi impegnare per gli altri, gaudente della propria illusoria autosufficienza; un principino che crede di avere diritto divino ai suoi diritti, senza doverseli conquistare; che crede di sapere senza capire. Il problema dell’Occidente è la sua ignoranza: e in questa consultazione elettorale italiana si evince tutta.
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