AUTARCHIC AMERICA

 

 



Uno dei simboli più evidenti, e per molti versi più dolorosi, di un potere in declino è la vacuità, la retorica e la noiosa ritualità delle sue manifestazioni. Tutti elementi perfettamente riconoscibili nella seconda cerimonia di insediamento di Donald Trump alla Presidenza degli USA. Si sa già che molte delle cose dette non verranno realizzate, almeno nella sostanza reale delle dichiarazioni, sebbene nella forma si mostreranno coerenti alla voracità espressiva dei media. Lo sanno anche gli urlatori seriali di proposte talmente irragionevoli da essere esclusivamente teatrali. Abbiamo assistito ad un rito ridicolo, obsoleto ed insignificante: la rappresentazione di una nomenklatura fatta di famiglie ex concorrenti, che si insultano e si salutano, come quei vecchi nobili che litigano per eredità di mobili tarlati. I Clinton, i Bush, l’Obama, Biden ed Harris, famiglie e parenti inseriti in abbigliamenti improbabili, certamente costosi ma ugualmente rozzi, tipici della ineleganza americana, che applaudono il vecchio petulante sbarazzino quando li insulta. E sorridono alle sue marachelle oratorie.

Trump sembrava il Presidente di una Repubblica delle banane, uno che ripete ossessivamente che, grazie alla sua discesa dal cielo, ora comincia l'età dell'oro, le magnifiche sorti e progressive. Crede che Dio si sia svegliato una mattina e abbia deciso di salvarlo perché lui è predestinato a rendere di nuovo l’America Grande, ammettendo così paradossalmente di non essere riuscito a farlo negli anni della sua precedente amministrazione. Quattro erano prima. Quattro saranno adesso. Se Dio lo avesse davvero voluto lo avrebbe già fatto. Ogni tiranno africano si sente l'unto del cielo, ma è semplicemente e volgarmente inzuppato dai propri interessi. E forse nemmeno dai propri.

In ogni caso, gli USA, avendo troppo governato il vecchio mondo, non sono pronti per il nuovo.

 

Anche i commentatori nostrani, che parlano tra loro in un circolo riservato e ristretto di vecchie glorie e che considerano questo evento l’avvento di un nuovo mondo, arrivano impreparati all’appuntamento con la storia.  Analizzano la cronaca quotidiana, di cui ha bisogno la comunicazione mediatica per mostrarsi continuamente attuale, e ignorano i processi storici da cui siamo trasportati nel medio e lungo periodo.

Oltre il mediocre folklore dei riti tra vecchie e stanche maschere del potere che coprono la ricchezza incontrastata di nuovi e giovani oligarchi miliardari, il fatto storico irreversibile, che le stesse guerre hanno messo maggiormente in evidenza è la interdipendenza del mondo globale.

Dunque, una America Autarchica, chiusa in sé stessa e circondata da nemici generici e minacciosi, è totalmente estranea ed estraniata dalle dinamiche della storia; non più in grado di interpretare e vivere, fuori, come avrebbe detto Ortega y Gasset, «all’altezza dei tempi».

Forse questa è la vera novità.

Una America così non c'è mai stata. Una America fuori dai contenuti della storia e non in grado di vivere «all’altezza dei tempi», non l’abbiamo mai vista.

Una America così repulsiva delle istituzioni internazionali e bloccata sulla sua falsa identità, è per noi contro natura. Non concepibile.

Noi siamo abituati ad una America planetaria, addirittura imperialista, dominante sulle dinamiche internazionali, incisiva sugli equilibri globali e sulle relazioni politiche mondiali. Una America chiusa a curare la fontanella del quartiere, che si vanta di rapinare gli altri con i dazi per mantenere integra la propria ricchezza (piuttosto dettata sempre da logiche di produzione e politiche fiscali di espansione alla propensione al consumo), impegnata a proteggersi come le antiche città medievali, con mura di sicurezza sanitaria, contro lo straniero inquinante. Una America che trasforma l’altro in un nemico oggettivo, non l’avevamo mai conosciuta.

Noi siamo abituati ad una America multietnica, accogliente, senza rigida identità, ma con una fortissima identificazione. Anche perché una identità americana non esiste. L’America è stata costituita da gruppi di molteplici e differenziate etnie. Noi conosciamo l’America delle differenze, non l’America della omologazione. Gli unici veri Americani sono gli indiani che sono stati sterminati da inglesi francesi, norvegesi, belgi, italiani... Tanti gruppi etnici di briganti, sempre pronti a spararsi per un banale insulto o per una gara di morte, che, per tollerare il furto di territorio e lo sterminio che hanno compiuto, si sono riconosciuti nella loro diversità da cui, per questo, non si sono mai del tutto distaccati.

Che cosa sta succedendo?

Sarà il solito perbenismo ipocrita che prega in chiesa e alza le vesti in sacrestia?

Forse.

 

O forse no.

 Forse, ciò che sfugge a tutti noi, ciò che sfugge totalmente a politici e analisti, a mio avviso, è, in primo luogo, che l’America non è più la stessa. L’America non è più quella che conoscevamo noi. Nell’ottica dell’avvento e della specializzazione di Piattaforme Continentali di Nazionalità, anche gli USA hanno subito una loro trasformazione strutturale, anche loro devono ridefinirsi, ritrovare sé stessi in una intimizzazione, in una catarsi autoesaltante necessaria, direi indispensabile, per una ridefinizione. Nemmeno l’America del secondo Trump è più l’America del primo Trump. Per questo si sente perennemente “nuovo”; perché la sua America non è più quella dì qualche anno fa. È cambiata, totalmente e, per noi, diversa e distante. Non la capiamo più. Nell'ottica delle costituende Piattaforme Continentali, l’America si è trasformata e nessuno interprete la conosce e la riconosce più. Si cercano ovunque i suoi tipici connotati e, a forza di concentrarsi sulle espressioni, si perde totalmente la visione del volto. L’America irriconoscibile, non è riconosciuta.

 

In secondo luogo, questa trasformazione è una riduzione. L’enfasi sull'America Autarchica è l'emblema inequivocabile di un irreversibile declino. Ripeto: noi conosciamo l’America multietnica e planetaria. La sua forza è sempre stata la sua apertura, la potenza della democrazia contro i suoi nemici. Non Roma, imperiale e tirannica, ma l’Atene periclea, il governo dei molti che si esprima con l’orazione di uno. E come l’Atene della lega di Mileto, spesso giustamente condannata da Luciano Canfora al suo imperialismo. Siamo davvero al governo dei trenta tiranni? La città aperta, magistralmente descritta da Popper in due magnifici libri, davvero si chiude? Davvero l’America si ritira? Il suo peso sul sistema delle relazioni internazionali, sempre preponderante e spesso prepotente, evapora improvvisamente? E se l’America si ritira dentro lo slogan tipico della rinuncia e della esclusione (“American First”), come farà a sanare le guerre e partire per Marte? È evidente che tutto questo è solo vuota retorica, un’onda di verità soltanto pronunciate, altezzosamente proclamate, che infrangeranno sulla rigida scogliera della realtà. E questa enfasi è l’espressione emblematica del suo più clamoroso declino. Il declino americano è la riduzione della sua leadership agli interessi di quartiere dettate dalla autoreferenzialità di un berlusconismo estremizzato. Non credo nella storia che si ripete. O meglio, sono molto più propenso a dar credito a Marx nel sostenere che quando si ripete la storia diventa una farsa. Già è accaduto che l’Italia anticipasse regimi della stessa natura ma di superiore estremizzata intensità. Questa storia si ripete ed appunto sta diventando una farsa.

 

Se ne avvantaggerà l'Europa?

Chissà!

Certamente, nel mondo globalizzato, la chiusura di un mercato, sebbene ricco come quello americano, comporta l’apertura di mercati alternativi nuovi, forse meno ricchi, ma molto più popolosi. Ci sono nel mondo, in Cina, in India, in Africa, nel virtuale Kaliffato arabo, tanti cittadini che devono ancora iniziare a consumare. Nel mondo della governance e del micro-consumo di massa, una America di Trump autarchica, può essere una opportunità per tutti gli altri.

 


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